The melting pot calling the kettle

In quella che si potrebbe chiamare, con la comodità della convenzione, la società dell’informazione, diventa necessariamente sempre più ricorrente l’occasione dell’incontro con lo straniero. Il contatto avviene a più livelli e nelle più svariate occasioni, dai rapporti internazionali (ufficiali, commerciali etc.) a momenti di quotidiana e irrilevante consuetudine. Sorge dunque spontanea una semplice osservazione, senza ambizioni sistematiche.

Lo straniero, oggi, pare riuscire meno gradito in quanto sempre più privo dell’elemento esotico. Connotazione, questa, che si riconferma molto cara ad ognuno, per quanto in un certo qual modo acerbo, primordiale, inconscio. Infine, irrazionale.

Se si guarda alla definizione che del termine “esotico” dà la Treccani, si trova che esso “implica in genere una nota di biasimo o una velata accusa di stravaganza, di ostentata originalità, che non hanno gli aggettivi forestiero o straniero”. Ecco, in realtà, considerando la prima impressione che provoca nell’animo, questo tratto genera l’opposto del biasimo. L’aggettivo in questione permette un’immediata identificazione della straniera cosa o persona, le assegna una connotazione inconfondibile, essenzialmente ludica se non piacevole. Le dona la qualità dell’inutile e del dilettevole: l’altro non solo non rappresenta un pericolo, ma la sua prerogativa fondamentale consiste anzi nel divertimento che è in grado di procurare. Lo straniero si spoglia dell’arma come del bersaglio.

Lo svago che l’esotico procura risponde ad una precisa esigenza della società di massa: ad un bisogno di quiete e pace tanto meno nobile quanto più è disperato. Per esempio, nonostante sia ormai evidente come la locuzione “società dell’eterno presente” sia priva di fondamento e ragion d’essere, pure la fortuna della formula deve voler dire qualcosa. La perdita di significato del tempo, che da relativamente fungibile diventa addirittura irrilevante, procura certezze estremamente rassicuranti e generose. L’individuo sembra oggi profondamente confortato dalla sicurezza che qualsiasi conseguenza delle proprie azioni e delle proprie convinzioni sia, in ultima analisi, transitoria. Rimediabile.

Dove la fine della storia, nel 1989, era in Fukuyama annuncio trionfante, squillo di tromba che sanciva la gloria intellettuale, quasi profetica, di chi aveva compreso e risolto lo scorrere del tempo insieme alle umane turbe, la preghiera della scena contemporanea è a confronto flebile lamento, gemito patetico. Si implora una tregua, l’eterno presente non si riduce a ipocrisia diffusa ma piuttosto a supplica esausta.

L’incertezza attanaglia le fondamenta di un’identità culturale, che pertanto non può soffrire la minima offesa esterna, e neppure gli interrogativi che un’interazione con l’esterno, con l’estero, necessariamente pone.

L’unico elemento estraneo ammissibile è dunque l’esotico, purché possa essere facilmente inquadrato e compreso. Una volta inserito in categorie precise, è semplice metabolizzarlo, impedire che possa generare danni o anche solo eccessiva inquietudine. Il solo che possiamo sopportare è un esotico muto, che non solo non parli ma neppure domandi alcunché. Si pensi alla simpatia e alla partecipazione con la quale il pubblico ha seguito la vicenda dei ragazzini thailandesi: pareva che nel poco spazio all’interno di quella grotta battessero i cuori del mondo intero, e che a fianco degli ingegneri si arrovellassero migliaia di altri cervelli. L’emergenza e la particolarità del caso hanno fatto il resto: come non sentire noi stessi l’ansia delle famiglie, o la paura dei bambini? Eppure nessuno dei soggetti medi che seguiva la vicenda poteva nulla al riguardo: mancava ovviamente ora dei mezzi, ora delle conoscenze tecniche, senza contare che il pericolo si trovava dall’altra parte del mondo, anzi meglio, al di là dello schermo.

I migranti che invece naufragano sulle nostre coste sono, o perlomeno paiono, altrettante bocche da sfamare, corpi da vestire, menti da istruire. Il loro sostentamento e il loro benessere gravano sulle nostre tasche, sul nostro territorio, sulle nostre risorse. Non abbiamo un canale diretto né sul dolore dei loro cari, né sulla situazione del loro paese d’origine, non bastando né la trasparenza né gli operatori alle telecamere occorrenti allo scopo. Il loro numero è talmente elevato che l’empatia distribuita tra tutti non fa in tempo a rigenerarsi, mentre è ben presente alla mente di ognuno la primitiva angoscia che il cibo inizi a svanire da sopra la tavola. Esattamente come il relativo ladro, senza nome e senza volto. Mentre egli inizia e finisce nel proprio ruolo, non par quasi vero, a qualsiasi interessato a malapena malizioso, di aver trovato un capro espiatorio tanto efficace.

Non importa che, secondo i dati più recenti, gli stranieri regolari non superino l’otto per cento della popolazione¹. Gli argomenti razionali si sprecano, come quelli umanitari, ovviamente, mentre nulla si può contro le ragioni della pancia. Di fronte ai migranti anche noi siamo in numero tale da diventare presto massa, e dunque ventre. Sordi e stupidi quanto crediamo lo siano gli altri (i giornalisti, i capi politici della fazione avversa, gli altri paesi) nei confronti delle nostre esigenze personali.

Allo storico apice della sicurezza e della fiducia nella nostra civiltà, nel ventesimo secolo (e considerando i limitati contesti pacifici al riguardo), davvero si tollerava solo l’esotico dello straniero. Anzi di alcuni stranieri, i meno facilmente conoscibili, con cui un effettivo confronto era più improbabile. Eppure questi elementi erano attivamente ricercati. La superiorità della cultura occidentale era talmente ovvia che non solo si tollerava, si incoraggiava persino la manifestazione delle altre: maggiore la stranezza, più magnanima la condiscendenza del conquistador di turno. Riproduzioni dei più vari simboli delle culture orientali erano trasfuse in ninnoli, che appagavano il senso estetico adornando il salotto buono senza urtare la coscienza razionale. Non era richiesta alcuna conoscenza o comprensione del loro significato, per goderne: stampe cinesi sedevano imperturbabili accanto a statuette di divinità indù, mentre geishe di porcellana sorridevano serafiche alle smorfie di maschere africane. Spesso veniva creata una mensola o ingombrato un mobile a tema. Non solo non esisteva neanche la definizione di appropriazione culturale, ma era con un senso di raffinato piacere e soddisfazione che il giusto allungava la mano verso la cianfrusaglia che l’altro emisfero gli offriva, opportuno tributo. Chiunque abbia mai messo piede al Vittoriale e sia entrato nella casa di D’Annunzio non può che esserne testimone: l’uso dell’esotico si fa talmente improprio dal ridursi a un semplice mezzo di soddisfazione non solo del gusto, ma del disturbo ossessivo compulsivo dell’artista, appagato ora dalla disposizione in ordine di grandezza delle statuine degli elefanti ora dall’armonia di sovraccarichi confusissimi altari.

Questa e altre manifestazioni di tale tendenza si verificavano per le più varie ragioni, a cominciare dalla mancanza di adeguati mezzi di informazione. Gli oggetti d’arredamento non potevano certo parlare come invece oggi hanno il potere di farlo gli appartenenti alle civiltà delle cui pallide, strumentali rappresentazioni si fruiva allegramente.

Ecco, allora forse oggi c’è un po’ troppa informazione. Intesa come la facilità con cui sono trasmessi richieste d’aiuto e notizie scomode, cronache inquietanti e documenti di viaggio. Al punto da risultare fenomeno tanto diffuso da formare comunque oggetto di propaganda e agende politiche, in un senso o nell’altro. Troppo per seguitare nella serena pace di cui sopra, in cui l’incontro con il talmente altro da essere incomprensibile non era occasione d’altro che di svago.

Come possiamo oggi aiutare il più prossimo, se non sappiamo con quale nome presentarci? Se non conosciamo la nostra posizione, come possiamo fare spazio ad altri? Abbiamo speso vite, sangue, inchiostro e infine tempo per stabilire che non esistono razze, e possiamo fare quotidianamente esperienza di come sia stata e sia ancora la varietà di situazioni e individui a migliorare la qualità della vita (nonché ad assicurare la continuazione della specie). Siamo popolo di emigrati noi stessi, siamo stati migranti noi stessi, la retorica si spreca.

Siamo alla ricerca non più di un oppio, ma di un anestetico. “Quando il sole della cultura è basso”², ci avventiamo freneticamente sul narcotico, per essere sicuri di passare la notte dormendo. Nessuno del resto sembra fare una colpa, a gente civilizzata, di provvedere alla propria tutela. Eppure non facilmente si può smettere di essere continente.

  1. “L’Italia ha 60,5 milioni di abitanti, più o meno; gli stranieri regolari sono poco più di 5 milioni, cioè l’8 per cento.”, articolo del Post del 12/06/2018, https://www.ilpost.it/2018/06/12/dati-italia-immigrazione/
  2. Karl Kraus, “Detti e contraddetti”
  3. In evidenza: “Anti-immigration bird mural”, BANKSY

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