In average we trust

È pacifico che il nostro tempo sia caratterizzato da un profondo rivolgimento interno. Nel bene e nel male, valori tradizionali vengono messi in discussione, fondamenta secolari messe a nudo, esposte con una sistematicità che qualsiasi anima antica non esiterebbe a definire oscena. Lo studio dei meccanismi alla base della nostra società, infatti, non è mai stato più accessibile al singolo cittadino medio. Saremo all’altezza del compito? Gli strumenti disponibili, per ora, si limitano a un’accurata analisi della situazione.

Si va delineando con sempre maggiore prepotenza un nuovo valore fondamentale, l’unico che si possa dire veramente condiviso ai giorni nostri: il valore della “persona” umana.

Essa è tutelata proprio in base alla facoltà creativa che le è propria, intesa come una particolare capacità di emozioni ed esperienze rigorosamente soggettive. Solo una persona, appunto, può provare certi sentimenti, avere determinate reazioni, ed elaborare in un certo modo stimoli esterni e sensazioni corrispondenti.

Non occorre che i sentimenti in questione siano nobili, né che il comportamento tenuto in conseguenza a dati stimoli e sensazioni sia coerente a precetti morali, o anche solo coerente.

Siamo alla ricerca di un nuovo metodo a partire dal quale poter definire la nostra identità, che sia uno strumento rigorosamente assoluto. Viviamo in un’epoca cui è stato imposto il titolo di punto d’arrivo e di ultimo compimento: si veda il dogma dell’eterno presente, puntualmente sgranato con tutto l’automatismo di un rosario dall’89 a questa parte. Ci si deve negare il lusso della storia in favore della responsabilità di essere apice, pena il venir meno della stessa ipotesi di lavoro. Scomparso il beneficio del dubbio accordato a epoche di transizione, a soluzioni di carattere provvisorio prive di pretese particolarmente ingombranti.

Per esempio, l’uomo non è, non esiste più in relazione alla sua potestà sugli animali e la natura, alla sua emulazione dell’ideale di Cristo o del demonio: a maggior gloria del progresso, siamo agnostici, adesso!

E neppure, grazie al cielo, può più basare tanti tratti della sua personalità, tante prerogative del proprio potere sul rapporto che ha con la donna, polo di relazione sempre meno antitetico, sia in una dinamica professionale, che economica, che emotiva. Le insicurezze dei più deboli esuli di Marte non possono essere risolte tramite prevaricazioni materiali sull’altro sesso con la facilità precedente.

Tuttavia quest’ansia di spazio e vuoto ci lascia senza un polo di confronto generalmente riconosciuto, e dunque generalmente valido.

Neppure i circoli (virtuosi?) di dopamina a breve termine istituiti dai social network si stanno dimostrando la soluzione: hanno una marcia troppo alta, effetti troppo deperibili e allo stesso tempo troppo eclatanti per essere efficaci nel lungo periodo. E il posto lasciato vacante dal motore immobile¹ tradizionale rimane tristemente vuoto, persino accusatorio nella sua desolazione.

La massiccia perdita di memoria storica, lungi da consacrarci Oltreuomini² padroni del tempo, ci ha riportati allo stato di neonati. Obliati il padre e la madre, siamo anche (per ora) liberi da qualsiasi mostro di ascendenza freudiana. E tuttavia anche tragicamente deficienti di meccanismi mentali che operino per concatenazione causale nell’ottica di un fine prestabilito, in una parola efficienti.

Come preservare l’evoluzione che ci è tanto cara da spingerci a riconoscerla in ogni dove? Come assicurare la dinamicità del mondo, poiché ci è ormai noto, con ovvietà istintiva per quanto confusa, che esso debba continuare a muoversi?

Neppure la vita e la sua preservazione a priori sono la nostra risposta: ci stiamo adoperando per far sì che anche in proposito prevalga la nostra volontà, squisitamente individuale, elaborando nuove categorie e leggi. (E strutture e mercati utili allo scopo dell’eutanasia.)

Ed ecco che diventa proprio la facoltà di esprimere la propria opinione il valore ultimo, il discriminante. Sapermi essere sensibile, prima ancora che razionale, è sufficiente. La mia soddisfazione deriva dall’effettiva garanzia da parte del sistema (sempre e comunque costruzione umana) di potermi esprimere: poter affermare, nella speranza di farlo sapere a quanti più altri soggetti possibile, che sono un uomo, ed esisto in quanto tale. Sono dotato del confuso quid di sensibilità, creatività e potenzialità che ancora non so definire, non ho voglia di affinare, ma è comunque da me imprescindibile. Forse persino irripetibile.

È confortante da quanta fatica e studio questo ci dispensi.

Poiché è ormai ovvio che intere infrastrutture debbano essere adeguate alla comodità della persona più debole e pigra, che la persona razzista e fascista possa esprimersi tale durante il tifo per la propria squadra favorita, che un ciarlatano oscenamente imbarazzante, ma pur sempre persona, possa liberamente professare la propria ignoranza dall’inviolabile trincea di un santuario di sole quattro lettere, IMHO³.

Il successo della nuova teoria è tangibile su base quotidiana: persino nei paesi anglofoni si sta diffondendo l’uso dell’altrimenti prezioso vocabolo “person”, che suona nobile e nobilitante, pregno di significato in virtù della radice indoeuropea⁴. Senza restituire, però, la scomoda etimologia di “maschera”, deformante volto e voce a pupazzi teatrali.

In questo sta la genialità del ragionamento: nell’aver saputo individuare un tratto talmente universale da essere stato dato per scontato da millenni di filosofia. Ora la nebulosità della nozione chiave viene attivamente ricercata, poiché la sua banalità è salvifica nel risanare ogni potenziale conflitto: si è obbligati, se non altro per mero omaggio alla logica elementare, a riconoscere e rispettare il precetto in questione. Ossia: è inconfutabile che tutti i soggetti attivi nel dibattito appartengano alla specie umana, per quanto possa essere picciolo il loro affare. Ma dell’ovvio e inconfutabile bisogna accontentarsi, nel lapalissiano la riflessione si deve estinguere. Andare oltre è pericoloso, sovversivo… la meritocrazia non è di moda, né democratica.

E poi, come negarlo? Il sottile, raffinatissimo appello alla nostra vanità è irresistibile: cosa, infatti, potrebbe incontrare maggior consenso di un solletico – nientemeno che su basi pseudoscientifiche – all’incrollabile fede che ognuno ha nella straordinarietà della propria esistenza?

Il nuovo, odierno romanzo di formazione si conclude alla prima frase, addirittura al concepimento. Tutti ne siamo i protagonisti. Ne siamo tutti degli eroi?

I lettori più colti sopportino l’ovvietà delle note seguenti: questo blog vuole essere uno spazio accessibile a tutti.

1. Figura della filosofia aristotelica. Consiste nella causa prima del movimento della sfera delle stelle fisse, da cui secondo Aristotele dipendono tutti i movimenti del cosmo.

2. Figura della filosofia di Nietzsche. L’Oltreuomo, in tedesco Übermensch, rappresenta l’uomo che diviene sé stesso, il massimo compimento della natura umana. Egli diviene padrone del tempo dopo aver compreso e abbracciato una filosofia di nichilismo assoluto ma attivo.

3. La sigla sta per “In my humble opinion”, “secondo la mia umile (personale) opinione”. E’ una locuzione che viene tipicamente premessa a commenti e interventi online a sottolineare la natura personale del contenuto.

4. La lingua inglese e quella tedesca non derivano dal ceppo comune alle altre lingue europee, l’indoeuropeo, appunto. Le parole di derivazione e radice latina che comunque si ritrovano nell’idioma inglese costituiscono eccezioni o vocaboli sostanzialmente estranei alle espressioni comuni, talvolta aulici.

L’immagine in evidenza è The Artist’s Studio “The Dance”, Roy Lichtenstein, 1974 © Estate of Roy Lichtenstein New York/ADAGP, Paris, 2013.

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