Un degno avversario

La dignità umana è oggettivamente indefinibile. Non tanto per il contesto di pluralismo filosofico-culturale e politico in cui il concetto è maturato nel secolo scorso, quanto per la componente di immediata e quotidiana esperienza che ognuno ne ha. L’ambiguità sembra connaturata al concetto: per esempio, la dignità di ogni uomo, che pure rimane ultima ratio di ogni suo diritto e dovere, è menzionata solo tre volte nell’intera dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite. Essa è minimo comun denominatore del diritto positivo così come lo conosciamo: esperienza tanto sensata da escludere la superflua dimostrazione.

Oggi, alla zona d’ombra semantica si aggiunge una connotazione emotiva senza precedenti. La dignità inizia, a determinate condizioni, a dare fastidio.

Ossia a generare una sensazione di volgare prurito ogni volta che viene invocata con gli aulici attributi del caso. Eppure questa vergognosa reazione non è né ingiustificata, né ipocrita, né maligna. Il panorama politico è tanto molteplice oggi quanto nel XX secolo, anzi si è popolato di numerose nuove figure: tanto che è ora possibile soddisfare tutti i gusti ed esprimere qualsiasi posizione. L’uguaglianza (formale) sembra addirittura trionfare sulla memoria storica. Dunque il cambiamento decisivo deve essere avvenuto all’interno delle modalità di esperienza quotidiana della dignità di cui sopra.

In effetti è una sensazione frustrante, ci si scopre impotenti di fronte ad essa come a un limite fisico che avanza e divora sempre più aspetti della nostra normale esistenza. Si incontra un muro, un’intimazione perentoria: non si può oltrepassare quella soglia senza violare il confine del politically correct.

Si tratta, sostanzialmente, di un’inversione di tendenza. La dignità di ognuno era in principio delusa, e complice la modernità si è fatta desiderio. La parola stessa (“desiderio”) contiene il termine “SIDUS”, stella: la dignità umana nelle sue varie formulazioni era un asintoto a cui tendere, un obiettivo onnipresente quanto il firmamento. Poi il costume liberale e democratico si è fatto tradizione, e infine sostrato culturale. Il rispetto del suo impianto garantistico è diventato ovvio e scontato, o almeno così ci è stato ripetutamente assicurato. Infine, nei testi normativi è superfluo aggiungere altro al riguardo.

Ma questa certezza di aver raggiunto l’obiettivo, questa comodità da consuetudine (in primis giuridica) ha fatto scomparire la dignità ai nostri occhi. Così come calpestare la linea del traguardo annulla chilometri di pista in pochi centimetri cubi di podio. Era ormai inutile isolare il concetto dal sé e trattenerlo a fatica sul vetrino da laboratorio, come per il cogito cartesiano. Dunque, obliando l’ovvietà della propria dignità oggi si entra in contatto esclusivamente con quella degli altri. La dignità umana si riduce a esperienza transitiva.

Allora è naturale, come in ogni relazione umana, che la dinamica si concreti in un mutevole incontro-scontro, perché ovviamente incontriamo la dignità dell’altro nel momento in cui essa viene fatta valere, in cui si domanda il doveroso rispetto della stessa. E’ un passo drasticamente ulteriore al minimo (pur universale) e lamentoso “ non uccidermi” di Leibniz: è più un “rispettami in quanto…”, troppo complesso per ricevere immediata risposta – per l’affermativo, s’intende. La dignità si fa pretesa proveniente dall’esterno, forte di secoli di retorica e argomenti (il già menzionato sostrato culturale) che si traducono in strumenti nelle mani dell’altro.

Eppure come si è detto questi strumenti non sono sufficienti a dare una definizione soddisfacente di “dignità”. Il concetto si amplia facendo al suo interno vuoto semantico, terra bruciata su cui è impossibile sindacare, senza essere accusati di violare diritti umani.

Il soggetto medio, solitamente privilegiato (in breve caucasico, beneficiario di un’economia di mercato, utente di strumenti telematici…) vede moltiplicarsi intorno a sé recinti e spazi insuscettibili di indagine, accertamenti o domande, sente soffocare il proprio raggio d’azione tra queste bolle che si estendono metodicamente: conquistano, impenetrabili e inarrestabili l’intero sottobosco di diramazioni minori delle libertà fondamentali su cui ormai faceva affidamento. A cominciare dalla libertà di espressione e di parola fino all’arte.

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Come non sentirsi violati se l’inarticolata rivendicazione di chi è intento a riscattare la propria intoccabile e specifica qualità assume carattere pervasivo? Se ognuno sfrutta ogni momento e occasione per far valere nei confronti del prossimo la sua particolarissima dignità, e vedersi riconosciuti i corrispondenti benefici? Persino il vocabolario non è al sicuro, e il tendenzialmente liberale destinatario di altisonanti pamphlet e crociate in difesa della dignità di turno si vede sottrarre le parole di bocca. Si pensi al processo di raffinata sintesi dell’eufemismo generatosi negli USA a partire dalla comunità afroamericana, per indicare un attributo fisico evidente quale il colore della pelle. Il termine “nigger”, di origine latina, peraltro prosopopea del colore nero (perciò senza riferimento a specifiche razziali) è inequivocabile sintomo di razzismo, dunque impronunciabile. Così come l’unica locuzione in cui è accettabile il corrispondente termine inglese “black” è il nome del movimento internazionale “Black lives matter”, naturale conseguenza della declinazione di un diritto inviolabile all’interno di un ambiente sociale ben preciso. La rapida sublimazione si avvera nell’articolato, civile, irreprensibile “person of color”, rarefatto nell’insipida imparzialità di una delle nostre amate sigle (POC). Ed ecco che anche il più zelante e onesto dei cittadini si vede ripetutamente interrotto e corretto nel corso della conversazione per i termini che usa, generando alternativamente offesa o derisione a seconda dell’interlocutore. Infine è impossibile reprimere a oltranza un’istintiva, animale frustrazione che, nell’esempio fatto, non ha né può avere alcuna connotazione razzista: l’attenzione del soggetto è talmente presa dal proprio sentire, dalla presunta offesa subita da non riuscire neppure a contemplarne un altro. Il divieto di pronunciare determinate parole colpisce me per primo, non il vario oggetto del loro significato. E’ inconcepibile mettere in discussione le sacrosante rivendicazioni delle persone di colore quando si è tanto impegnati ad avanzare le proprie.

Si pensi, ancora, ai termini progressivamente fioriti in coda alla sigla (un’altra) che a oggi difende – e giustamente – una pluralità imprecisata di orientamenti sessuali (e non). La semplice quantità di specificazioni e discrimini e contestualizzazioni che devono essere utilizzati per introdurla ne dimostra la disfunzionalità e l’insuccesso come significante neutro e sufficiente. LGBTQ+; riempie la bocca. E se è un dovere civico compiere questo sforzo, dovrebbe essere specificato in quanto tale, non lasciato al libero arbitrio di essere inteso come segno di un determinato orientamento politico o declinazione di particolare sensibilità (magari a una moda).

Infatti, l’offesa alla dignità umana si verifica necessariamente in un trattamento discriminatorio ben preciso, e con le stesse identiche caratteristiche deve essere protestata, così da poter essere convenientemente isolata. A un male così pervasivo non può essere applicato un deterrente generico. Dunque, l’indiscriminato allargamento della categoria che di volta in volta protesta il torto subito non può che essere controproducente. Alla causa, per quanto nobile, necessariamente nuoce dover trascinare un sempre maggior numero di soggetti.

Di nuovo, la LGBT community da poco si fa carico di una Q, “queer”, ossia dell’apertamente indefinito, che abbatte i muri, ma insieme ai confini annienta qualsiasi orizzonte di senso. Almeno di un senso immediato, e dunque utile a chi voglia ottenere un immediato risultato. Non solo, ma il +, “plus”, buca anche visivamente la pagina, apre uno spazio all’inverso, all’indietro, fa in concreto le veci del segno opposto. Finché a rigore logico, ossia a rigore del discorso che i membri della comunità desiderano disperatamente aprire con chi di dovere, la sigla finirà per ricomprendere anche gli eterosessuali, a significare tutto e niente. Anzi: venendo meno la logica, soccombe anche etimologicamente il discorso (“logos”).

Ancora, ognuno ha diritto a vedersi riconosciuta la piena dignità in quanto essere umano, con gli annessi diritti, doveri e tutele di volta in volta previsti da istituzioni politiche e giuridiche. Tuttavia la violazione della stessa deve essere riconosciuta come tale, denunciata al livello competente dal soggetto direttamente offeso, e infine estesa a chi altri possa esserne parimenti offeso per stretta, strettissima analogia. Id est, la tutela può essere estesa a qualcun altro, oltre al diretto interessato, se e solo se egli appartiene alla categoria offesa in quanto tale (dunque omosessuale in caso di omofobia, straniero in caso di xenofobia etc.) secondo criteri di interpretazione restrittiva, in modo da assicurare l’efficacia e l’opportunità del rimedio. In modo se si vuole analogo alla valutazione di ammissibilità dell’azione collettiva effettuata dal giudice: è necessario che il giudice ravvisi l’omogeneità dei diritti individuali tutelabili ovvero quando il proponente l’azione non appare in grado di curare adeguatamente l’interesse della classe.

Da notare, inoltre, che entrambi gli esempi portati si riferiscono a una comunità, ossia a un’esperienza impossibile da definire nella sua interezza. Ispirata a dinamiche diverse da quelle della società secondo la definizione del binomio operata già nel 1887 dal filosofo-sociologo tedesco Ferdinand Tönnies. “Per Tönnies, infatti, […], “comunità” e “società” si ispirano a due schemi alternativi di relazione intersoggettiva. La prima rinvia ad un tipo di rapporto, per così dire, “caldo” e “immediato” […]. Viceversa, nella “società” trova espressione un rapporto di tipo “freddo” e strumentale […], fondato sul calcolo.”¹ La comunità, mercé la spontaneità e l’immediatezza a essa connaturata, diventa allora occasione di espressione personale sganciata da coordinate spazio-temporali precise, ossia da un contesto definito. Le figure comunitarie si moltiplicano, la loro genesi è gratuita e dunque generosa, anche se disordinata. Ogni caratteristica e ogni interesse dell’individuo (che sia più o meno lecito) trova sfogo e occasione, altrimenti è legittimato a crearselo e a vederselo tutelato.

E se è l’appartenenza a una comunità ad essere fatta valere, perché la condivisione sociale delle cause giudiziarie di un certo calibro è inevitabile nella società dell’informazione e perché tale formazione sociale ha zone di grigio della stessa tonalità di quelle della dignità umana, allora essa si ricollega alla categoria contemporanea della governance invece che all’ordinamento (inteso come concetto giuridico di tradizione moderna). Il raggio d’azione dello strumento giudiziario e politico tradizionale, ossia legittimo, è dunque ulteriormente limitato.

Tutelare la dignità umana nella totalità delle sue declinazioni ed espressioni significa difenderne una alla volta: la varietà e la specificità sono la cifra della nostra ricchezza, e un “Noli me tangere!” preventivo, ottuso quanto ridondante, oppone un rifiuto tutt’altro che inequivocabile. La definizione tramite negazione del contenuto che deve essere difeso ne preclude l’evoluzione futura e anche, a livello istintivo e primordiale, l’accettazione pacifica e una serena sopravvivenza.

Dalla frustrazione all’indisposizione è un passo, dall’indisposizione alla rabbia è il successivo, dalla rabbia all’intolleranza l’ultimo.

  1. G. BOMBELLI, “Comunità”: tra identità e diritto, in B. MONTANARI (a cura di), Luoghi della filosofia del diritto, G. Giappichelli Editore, Torino, 2012, pp. 249-250.

L’immagine in evidenza è Marc Chagall, Introduzione al teatro ebraico, 1920 (particolare) – tempera e caolino su tela, 284 x 787 cm – Galleria di Stato Tretjakov di Mosca © The State Tretyakov Gallery, Moscow, Russia © Chagall ®, by SIAE 2018.

L’immagine in mezzo al testo è René Magritte, L’uomo con la bombetta, 1964 – olio su tela – collezione privata, New York.

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