Sharing is SELF-caring!

Avere a disposizione mezzi di comunicazione telematici ha permesso, secondo una figura cara al nostro tempo, di accorciare sensibilmente le distanze tra le persone. Ma al fine di connettere efficacemente posizioni geografiche, correnti di pensiero e opere più o meno artistiche originatesi ai capi opposti del globo si è adottata l’intuitiva soluzione di eliminare una delle tre dimensioni tradizionali. Attraverso la finestra tascabile seppur irrimediabilmente bidimensionale di uno smartphone l’universo mondo è finalmente a portata di tutti – almeno di tutti coloro che possiedono i privilegi e i mezzi necessari per leggere questo articolo. In particolare, le nuove piattaforme online offrono un’inedita visione delle relazioni interpersonali: l’immediatezza e la spontaneità proprie dei nuovi modelli d’interazione semplificano notevolmente i rapporti tra gli esseri umani.

Conosciamo, infatti, la stessa persona sia attraverso un’interazione diretta sia tramite il suo profilo online. Nel momento in cui un soggetto diventa fonte produttiva di fenomeni passibili di valutazione empatica in contesti diversi -specificamente, quello reale e quello virtuale- le consuete occasioni di esercizio dell’empatia da parte dell’interlocutore si moltiplicano. Anzi, l’occasione generata dall’incontro rimane tipica, ma si sdoppia: si può fare esperienza dell’autodeterminazione dello stesso individuo a due opposti poli dello spettro delle espressioni sociali. E ovviamente, a due contesti separati corrispondono due fenomeni di tipo kantiano diversi o, se si preferisce, due feedback distinti, sebbene provenienti dalla stessa persona-fonte.

Il soggetto che si trova a ricevere contenuti molteplici, se non addirittura contraddittori, dal medesimo interlocutore è improvvisamente gettato in uno stato di profonda confusione, persino irritazione. Deve infatti compiere il notevole sforzo di ricondurre alla stessa sorgente dati tanto incoerenti da turbare le più sensate esperienze.

L’unico metodo per ricomporre il confusionario quadro e ricondurlo ad un’unità funzionale, dunque, è di non avere un metodo: ossia, scegliersi una sola chiave interpretativa -quella virtuale- alla luce della quale leggere tutti gli input, indipendentemente dal mezzo con cui sono venuti ad esistenza. E’ un metodo semplicistico e poco raffinato, ma efficace: all’unica fonte vengono ricondotti i duplici dati (se si vuole restare all’interno della metafora, da due affluenti si realizza un unico “stream”). Inoltre l’operazione, per quanto rozza, assicura la necessaria velocità d’applicazione: l’intera dash deve essere prontamente elaborata, e in aggiunta stiamo considerando il caso in cui si interagisca direttamente con la persona di cui con la stessa immediatezza si visualizzano i post. Si attribuisce all’altro la totalità delle sue espressioni: i post di cui è autore sul web quanto l’ultima conversazione avuta di persona, le chat private quanto l’arredo del soggiorno. Ai fini della nostra analisi, infatti, il menzionato ambito virtuale si riduce alla sfera dei social network.

Non esistono tuttavia categorie precise secondo cui procedere nel ricostruire l’immagine nella sua interezza: sapere che qualcuno si comporta in un dato modo online, e farsi una ragione di quanto questo differisca dall’atteggiamento che adotta IRL¹ per potersi costruire un’opinione attendibile (o quanto meno disincantata) non costituisce una scienza esatta. Anzi, i criteri che mi possono essere suggeriti per interpretare il suo comportamento possono apparire come un’intrusione quanto meno indebita se non offensiva della mia sensibilità.

Allora, semplicemente, l’unica operazione d’indagine sull’interlocutore del caso si riduce alla raccolta di dati sul suo conto su quante più piattaforme possibili. Se i social network sono davvero il mezzo d’espressione più immediata e libera che si trova a disposizione, allora non c’è indizio di migliore volontà, nel conoscere qualcuno, di attribuirgli tutti i contenuti che si è sforzato di produrre. La sua identità risulterà tanto più autentica e veritiera quanto più accurata l’operazione di ricerca, scavo e infine archiviazione. Davvero, si tratta di rendergli un favore: quale metro di giudizio più oggettivo o generoso che farsi pubblico passivo di fronte al contenuto che ha avuto più tempo e strumenti per creare in assoluto, sui suoi profili social? Non è forse una scelta consapevole quella che ha compiuto nel condividere il materiale di sua creazione?

Eppure l’operazione non si struttura secondo un modello cognitivo (anzi, in questo caso, di “ricognizione” in territorio estraneo) organizzato. Ci si limita a ricevere e raccogliere dati man mano che si presentano -sulla dash, per esempio, con la coscienza a portata di scrolling- senza compiere una selezione sistematica. Si ha dunque semplificazione, e non sintesi, dell’oggetto di studio in esame: la personalità dell’altro viene sussunta indiscriminatamente per il nostro giudizio. E se è sempre stato così, perché è inevitabile che ognuno si formi una propria opinione dell’altro, oggi abbiamo il grande conforto di poterci sentire imparziali e superiori alla materia. Il contenuto che l’altro fornisce, la prova inconfutabile della sua grettezza o della sua ignoranza, magari, non è frutto di una domanda altrui, né richiede il minimo incoraggiamento esterno. Viene offerto liberamente, e sarebbe irresponsabile o forse maleducato non giovarsene nel rapporto con l’altra persona.

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Si assiste allora ad un passaggio fondamentale. L’altro, offrendosi fiduciosamente a comoda portata di schermo, da polo relazionale diventa fonte di svago e oggetto di intrattenimento. Smette di essere persona, per definizione in divenire e imprevedibile², e la sua potenzialità creativa si esaurisce, paradossalmente, nella coerenza con cui procura il proprio feed. Avere a disposizione tanto materiale a proposito di un individuo rassicurerebbe chiunque nella certezza di averlo correttamente inquadrato, di conoscerlo attivamente e per di più secondo i caratteri che egli stesso si è attribuito. Dunque è possibile tenere sotto controllo o quanto meno prevedere il suo comportamento, senza fare alcun torto neppure alla concezione che in prima persona egli ha di sé stesso.

Forti di questa serenità diventa facile e apparentemente innocuo leggere le esternazioni altrui come gratuita fonte per il proprio divertimento. Ancor più quando i post dei profili individuali si trovano mescolati al contenuto di pagine dichiaratamente prive di contenuto personale. Le opinioni di persone fisiche emergono in mezzo ad annunci e pubblicità, pagine di moda e di informazione, senza contare che spesso sono frutto di condivisioni, non contenuti originali. Tra briciole di scienza, coriandoli di economia (forse più di parte dei profili individuali) e scampoli di oziosità varie l’apporto personale dell’amico di turno perde necessariamente la sacralità della conversazione.

Quando si apre un’app sullo smartphone, infatti, non ci si prepara all’incontro, ma ad una disciplina olimpica. La sfida consiste nell’elaborare il più rapidamente possibile i contenuti più disparati, digerire nel tempo più breve tutte le componenti di una congerie caleidoscopica, che si sviluppa esponenzialmente. Dunque, per permettere di scorrere efficientemente verso il basso ogni nozione viene scissa e frammentata e accostata all’argomento ad essa più estraneo nel post immediatamente seguente. Joyce diventa incosciente: la nuova direttiva europea l’ultima offerta della palestra cronaca multicolore single moms in your area il pranzo dei re e degli accattoni offerta irripetibile le firme italiane vendute all’estero hanno veramente perso il senso dell’eleganza have you ever tried this fresh è un video però è troppo lento ha finalmente partorito ma davvero non possono mangiare in pubblico ma la manovra poi dovrò controllare per vedere se hanno veramente escluso le utilitarie che amore il gatto è uscito il nuovo disco poi è la mia fermata devo scendere, permesso!

Trattandosi di un patto non scritto riguardo all’ammissibilità di determinate dinamiche sociali, se non di un’informativa sui vantaggi dell’allucinazione collettiva, le regole devono essere rispettate in modo rigoroso. Come spiegare altrimenti l’irrazionale fastidio che proviamo di fronte all’attività social di parenti e adulti di una diversa generazione, così irrimediabilmente imbarazzanti, del tutto privi di una qualità indefinibile, del nuovo senso del pudore e del ritmo? Si è quasi offesi dal loro contenuto, inappropriato prima che noioso: non pongono filtro tra le espressioni e gli atteggiamenti accettabili AFK³ e le dinamiche più funzionali proprie dei nuovi mezzi di comunicazione.

Se gli altri costituiscono fonte di intrattenimento, però, perché non dovrebbe essere possibile selezionare i contenuti più divertenti ed esprimere un adeguato indice di gradimento? E’ infatti possibile, oggi, esprimere le proprie preferenze in modo da fruire il rapporto con l’altro in maniera più soddisfacente: come si scelgono le pagine che meglio incontrino il proprio gusto, così i profili che ci si prende il disturbo di seguire dovrebbero possedere un certo grado e un certo tipo di performatività per il proprio specifico piacere. Entrambi possono essere abbandonati con la stessa facilità, da bravi mezzi fungibili quali diventano. In quanto operatori di un social network che non obbliga alcuno alla partecipazione, è diritto di ognuno riservarsi la migliore esperienza possibile sulla piattaforma. Alla velocità di cui sopra, si è chiamati a rispondere a interrogativi della più varia natura sancendone la sopravvivenza o il declino. Nell’antica Roma tutti i Cesari insieme non hanno provato l’ebbrezza della divinità tante volte quanto essa dipende dal nostro pollice in un solo giorno. Per i nostalgici dell’intero spettro emotivo, Facebook offre ben sei alternative tra cui scegliere; Instagram è più pragmatico, e la nostra interazione con il mondo si concentra in due alternative, di cui una mera omissione.

Siamo finalmente in grado di costruirci la nostra versione della realtà (come d’altronde si è sempre fatto) che sia allo stesso tempo perfettamente rispecchiata da quella che dovrebbe essere la nostra finestra sui fatti, le notizie e le opinioni di famiglia, amici e politici. Presto non avremo più bisogno dell’effettività della fonte: chi sta facendo esperienza diretta del paesaggio o dell’attività sportiva, chi è felice, chi soffre la morte per mare, chi è padrone del tenero cucciolo diventerà una questione assolutamente irrilevante, perché ognuno sarà in grado di provare le stesse emozioni per trasmissione empatica. E’ catarsi istantanea, finisce prima di poter produrre sensibili cambiamenti e per essa non soffre nessuno, poiché i capri espiatori si sono offerti per primi, e il compito è ripartito a turno fra l’intera comunità online. E se per caso un elemento della fiumana del progresso finalmente creata a nostro personale uso e consumo urterà la nostra sensibilità, a un nostro cenno la nostra reazione verrà presa in considerazione, e l’algoritmo si ricalibrerà automaticamente. E se l’ordine pubblico fosse veramente la somma del quieto vivere e dell’arbitrio cognitivo di ognuno?

Perché, siamo onesti, il profilo migliore di molte persone resta quello online.

 

 

1. “In Real Life”, nella vita reale. E’ un’espressione inglese per indicare le interazioni e i rapporti che avvengono di persona, invece che online.
2. Per un approfondimento sulla definizione di “persona umana” e del suo valore nella società contemporanea, si veda il nostro precedente articolo: In average we trust
3. “Away From Keyboard”, lontano dalla tastiera. Espressione alternativa a IRL. Vedi nota 1.
L’immagine in evidenza è Diego Velázquez, Las Meninas, 1656 – olio su tela, 318 m x 276 cm – Museo del Prado, Madrid.
L’immagine in mezzo al testo è Steve Cutts, Silly Con Valley, 2018.

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