Necessità fa virtù

E’ indiscutibile che gli sforzi compiuti dal movimento, anzi più in generale dalla coscienza femminista nella direzione della parità di genere siano stati e siano tuttora determinanti, sebbene la loro continuazione si riaffermi tragicamente necessaria. Tuttavia, parte del successo e determinati risultati effettivamente conseguiti nell’ambito della parità tra i sessi devono essere imputati all’odierna configurazione della società nel suo complesso – comprensiva sia di dinamiche di psicologia di massa a breve e lunga distanza sia di istanze e compiti che essa stessa pretende dagli aspiranti consociati – piuttosto che da effettivi mutamenti di coscienza, sensibilità o mero buon senso.

I dati puntano nella direzione giusta, ossia nella lenta purché si spera inesorabile parificazione tra uomini e donne nelle diverse espressioni sociali, economiche e culturali. Eppure, non tutti i doverosi risultati sono imputabili ad interventi in tal senso consapevoli, finalizzati a tale specifico, per quanto sano, mutamento di mentalità.

Infatti, ognuno di noi è oggi inevitabilmente chiamato a rispondere ad un determinato standard di funzionalità. Il nostro valore in quello che Fromm avrebbe chiamato il “mercato della personalità” si definisce sulla base della prestazione che siamo in grado di restituire al sistema. La statura di ognuno di noi si misura in relazione alla consistenza percentuale del nostro rendimento¹, all’efficienza del collegamento cui si riduce il nostro ruolo, per quanto vario: possiamo essere alternativamente interpellati, o meglio azionati dal partner, dal membro della famiglia, dal datore di lavoro, dall’anello precedente al nostro in una catena comunque produttiva. La prontezza e la performatività della nostra risposta, per quanto variamente declinata possa essere, determinerà il nostro successo nella relazione-prestazione, e spesso se e quando ce ne sarà un’altra.

Inevitabile conseguenza di un simile assetto è la progressiva spersonalizzazione dell’individuo, ridotto a snodo di cavi, neurone a disposizione di eventuale sinapsi o finestra oscenamente vuota nell’attesa di eseguire il programma prescelto. Così, per tornare alla questione della distinzione tra i sessi, si assiste anche alla perdita di quella particolare distinzione che della discriminazione è presupposto: anche la diversità di genere viene meno di fronte all’imperativo di funzionalità appena descritto. La prestazione che si è in grado di fornire e le pretese che si è in grado di soddisfare contano più del proprio sesso di appartenenza. Esso semplicemente non è più il parametro migliore per presentarsi: la sua autoevidenza non compensa il difetto dell’efficacia richiesta nella nostra interazione con l’interlocutore.

Prima di fare un esempio al riguardo si consideri il più pressante e pervasivo problema che gli esponenti del movimento femminista correntemente denunciano: tutti i miglioramenti della condizione femminile faticosamente ottenuti e ancor più duramente consolidati hanno portato di fatto ad ottenere una condizione di uguaglianza, ma non di equità.

Un’efficace definizione della differenza tra i due termini, e incidentalmente una delle prime che a riguardo si possono trovare online stabilisce che la condizione di uguaglianza assicura lo stesso punto di partenza, mentre l’equità lo stesso punto d’arrivo. Per chi è più familiare con il diritto, si potrebbe ravvisare una somiglianza rispettivamente con l’eguaglianza formale (secondo l’articolo 3.1 della Costituzione) e l’eguaglianza sostanziale (comma successivo²). Id est, l’uguaglianza rappresenta la libertà da molteplici forme di discriminazione, ma senza pretendere una prestazione positiva da parte di qualsiasi sistema si stia considerando all’effettiva, materiale equiparazione delle condizioni e delle opportunità a disposizione dei soggetti coinvolti, ossia l’equità di cui sopra.

Manca, soprattutto, il riconoscimento delle caratteristiche proprie di ogni genere: sembra che per rimuovere la discriminazione non si sia trovato rimedio migliore che eliminare radicalmente le differenze tra uomo e donna, e di conseguenza obliare le rispettive ricchezze e potenzialità. Lavorare fino al nono mese di gravidanza è uno sforzo di volontà cui si prestano colleghi più o meno disponibili, convenientemente ciechi o sordi. E’ una presunta forma di pudore che in realtà costituisce un ipocrita passo indietro, tanto per le donne che per gli uomini: se viene negata dignità e riconoscimento persino alla gravidanza, che è il più evidente discrimine tra la natura dei due sessi, quale istanza potrà mai vedersi riconosciuta chi è cacciatore-raccoglitore prima che padre e prima che uomo?

Prendiamo ad esempio ora, per comodità di apprezzamento e urgenza della questione, il mercato del lavoro. Esso costituisce un sistema che per definizione (e fin troppo penosa consuetudine) non può garantire il risultato finale, che l’operatore in questione sia uomo o donna. Si parte dunque da premesse che necessariamente escludono la sussistenza dell’equità nel funzionamento della macchina, a prescindere dal sesso. Allora ecco che la prestazione che si è in grado di effettuare, il grado di funzionalità, appunto, che si può raggiungere determina -quantomeno più di molti altri fattori, compreso il genere- il successo o anche solo la permanenza in ambito lavorativo. A maggior ragione considerando come la sempre maggiore diffusione di strumenti tecnologici e mezzi di comunicazione telematica, attraverso cui si esprime anche il rapporto di lavoro, implica che lo stipendiato di turno si “vede”, “appare” molto meno, lavoratore o lavoratrice che sia. Il rapporto è sempre più spesso mediato, avviene a distanza o perlomeno a quella distanza minima eppur sufficiente a risparmiare una lavoratrice da violazioni indegne, con formula riduttiva.

Così pure, la disparità di retribuzione non costituisce indice di discriminazione consapevole, ma si riduce a mero calcolo economico: si effettua lo stesso servizio -della stessa qualità, ovviamente- ad un prezzo inferiore. A parità di rendimento, nessun datore di lavoro avrebbe interesse a cambiare le cose, almeno secondo una logica economica matematicamente rigorosa e secondo la prassi, per quanto riprovevole essa sia. L’apprezzamento del genere avviene in un secondo momento, e spesso non ve n’è il tempo, oltre che lo spazio.

Stiamo parlando di imprese che non hanno il tempo, appunto, né le risorse da dedicare all’immagine e allo sviluppo dell’essere umano largamente inteso. Per quanto effettiva sia la parità tra uomo e donna, si deve riconoscere che essa è quantomeno storicamente oggetto di elaborazione secondaria ad altri bisogni.

Non si avverte spirito di crociata o zelo virtuoso nel pur positivo comportamento dei datori di lavoro e dei mercati riguardo alle assunzioni femminili quanto pragmatica necessità che l’obiettivo venga raggiunto e l’utile conseguito (“to get things done”, con l’ammirevole sintesi e neutralità che ci insegna la lingua inglese).

Senza contare che come, in ambito lavorativo ma non solo, non viene dato peso o considerazione alla sensibilità dell’uomo così per la donna può costituire un sollievo essere per una volta scissa dalla propria sfera sentimentale, secondo cui di solito avviene la sua determinazione, volente o nolente. Può essere un cambiamento gradito essere chiamate a rispondere con le elementari ma dinamiche cifre del codice binario piuttosto che con le ripetitive XX di primitivi e stramaledetti cromosomi.

Si può solo sperare che una buona pratica, seppur di opportunistiche origini, evolva sul lungo periodo in femminismo, inteso come quid pluris di cognizione di causa.

 

 

 

1. In una conversione di energia il rendimento termodinamico o efficienza termodinamica è il rapporto tra il lavoro meccanico compiuto e l’energia fornita al sistema. Il rendimento è espresso come valore compreso tra zero e uno o sotto forma di percentuale. Il secondo principio della termodinamica sancisce l’impossibilità teorica di realizzare un sistema con rendimento maggiore a 1. Fonte: Wikipedia
2. L’articolo 3 della Costituzione Italiana recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. [comma 1] E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. [comma 2]

L’immagine in evidenza è Frank Dicksee, La Belle Dame sans Merci, circa 1901 – olio su tela, 137,2 x 188 cm – Bristol Museum & Art Gallery.

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