Ulysses, anzi Telemachus

Un indiscutibile merito del nostro tempo è stato riconoscere l’importanza delle emozioni: restituire valore, spazio e tempo alla sensibilità di ognuno. Si è finalmente ammesso che la prima coniugazione che il principio di azione e reazione assume nella persona ha necessariamente natura, appunto, emotiva.

Questo è, se si vuole, un passo ulteriore nella storia dell’attribuzione della sovranità all’interno dello stato come concetto elaborato dalla modernità. Le rivoluzioni più o meno gloriose che hanno portato alla nascita dello stato liberale (inglese, francese e americana) hanno prima restituito dignità all’individuo, inteso come centro di imputazione di diritti e doveri, a cominciare dal diritto di proprietà privata e di iniziativa economica – caratteristiche dunque oggettive o perlomeno concretamente apprezzabili. Poi la sovranità è stata trasferita dall’entità Nazione in capo al popolo, con l’avvento dello stato di democrazia pluralista, all’interno del quale viene garantito il pluralismo di interessi e valori quale motore della vita politica, economica e sociale. A partire dai primi due articoli della Costituzione viene dunque riconosciuta dignità e tutela all’opera creativa delle formazioni sociali che di tali valori e interessi si fanno portavoce, dai partiti politici alle associazioni rappresentanti classi economiche o interessi culturali, et cetera.

La nuova centralità che viene attribuita ai moti dell’animo costituisce allora una ripresa con superamento – un Aufhebung hegeliano, per chi gradisce – del ruolo dell’individuo, cui vengono riconosciute attribuzioni esorbitanti la sfera economica e politica in senso stretto, che vadano oltre il ruolo di semplice cittadino e operatore economico. Il soggetto non si annulla in categorie collettive e spesso ideologiche che non rappresentano più i suoi interessi in maniera efficace né si esaurisce in atomo operativo di un sistema sovraordinato al profitto economico o all’unità politica. La performatività emotiva dona profondità alla persona, ne fa essere umano che, completo e tridimensionale, non solo è in grado di interagire con l’ambiente che lo circonda elaborandone i feedback che ne riceve ma è anche capace di sforzo creativo, attraverso la rielaborazione dell’emozione in lui suscitata.

Il problema si verifica nel passaggio successivo: all’input che l’individuo restituisce al sistema, infatti, viene negato qualsiasi seguito. La sua capacità emotiva è riconosciuta, la sua espressione tutelata, ma in essa l’impeto si deve anche esaurire. D’altronde non è possibile tradurre in azione – quantomeno in azione coerente e dunque a un qualsiasi fine rilevante – la nuda emozione: a ragione, perché ognuno si vede costretto ad ammettere che la propria reazione emotiva può essere scatenata nelle più varie occasioni dai più diversi pretesti senza che possa realizzarsi alcuna pretesa di coerenza nella stessa. Il sentimento, largamente inteso, trova infatti la propria realizzazione e si invera solo quando viene tradotto in termini razionali, ossia in una formulazione appunto coerente, che riunisce emozioni in numero rilevante e di cui si è fatta esperienza almeno nel medio termine in una tensione organica, in uno scopo cui si possa essere fedeli tramite comportamenti sistematicamente assunti e sostanzialmente fondati.

L’opera di un non meglio definito Grande Fratello (la sua identità non ci interessa in questo momento) si concentra oggi nello sforzo di circoscrivere la portata creativa dell’elemento emotivo e di limitarne gli effetti che esulino dalla sfera sentimentale. Il moto dell’animo deve consistere e finire in un meraviglioso e personale spettacolo pirotecnico privo di conseguenze quanto il fuoco d’artificio lo è di residui materiali. A ognuno è riconosciuta la qualità irripetibile ed eccezionale della propria sensibilità, ma personalissima reazione a stimoli esterni essa deve restare, mero output per giunta irrilevante oltre il fenomeno individuale.

E’ naturale sentirsi legittimati di fronte al moltiplicarsi di occasioni in cui ci è rivolta la domanda “Come ti fa sentire questo?”: lo psicologo, la televisione, i vari intrattenitori che si esprimono sul web e persino alcuni sondaggi politici sembrano sinceramente interessati a saperlo. Tuttavia non ci sentiamo rivolgere con altrettanta frequenza il corrispondente “Cosa intendi fare al riguardo?”. Altrimenti saremmo costretti a fermarci a riflettere, a elaborare opinioni se non piani d’azione, almeno a domandarci perché essi non vengono attuati. L’algoritmo di cui ognuno è esclusivo beneficiario, infatti, è costruito al fondamentale scopo di non lasciare il tempo sufficiente ad elaborare l’inevitabile risposta emotiva in un pensiero di senso compiuto, in una frase che doti della consistenza della parola sensi più o meno amorosi. Dare conseguenza tangibile al flusso di coscienza sarebbe meno aleatorio se esso si esprimesse almeno tramite una narrativa, per quanto, in certi casi e quantomeno al principio, incoerente o poco raffinata.

Se ci si fa caso, l’intera dash dei social network che utilizziamo è costruita secondo una doppia casistica e un unico fine. Il post è visualizzato ad hoc per darci ragione, e confermarci in opinioni, valutazioni e pregiudizi pregressi, aut per fornirci idonee occasioni di sdegno più o meno profondo. E le due tipologie di contenuto a dosaggio controllato si susseguono a ritmo serrato senza soluzione di continuità. Il fine di un simile sforzo non è altro che la nostra personalissima paralisi decisionale, intesa non come una carenza di reattività, di interesse o di coscienza, ma appunto in una deviazione dell’attenzione in direzioni diverse dall’elaborazione razionale e dunque effettiva dei sentimenti in noi suscitati da quanto visualizzato. Non c’è il tempo materiale di pensare a cosa si sta provando, alla natura e alla giustificazione del sentimento in noi ispirato (non oltre l’apposizione o meno di un cuoricino, di un sesto di spettro emotivo o di una plateale condivisione) se si vuole proseguire all’elaborazione della dash in tempo utile. Anzi, i post sono accuratamente misurati e confezionati in modo da evitare la complessità che inevitabilmente deriva da testi troppo lunghi: la fruibilità deve essere assicurata innanzitutto.

Non è un caso che le posizioni politiche con cui è più facile e immediato entrare in contatto – tramite il proprio news feed, appunto – siano sempre le stesse: quelle del proprio eletto/favorito e quelle dell’avversario politico diametralmente opposto nello schieramento. Mai una posizione intermedia, un compromesso di qualsiasi natura o una storia dal finale inaspettato, pena il venir meno dell’efficacia del divertimento, nel senso etimologico di distoglimento dal fastidio di doversi interrogare sulla propria posizione sull’argomento, a rischio di cambiare o quanto meno avere un’idea. Basti pensare a quella forma d’arte che al giorno d’oggi è diventata la satira politica: non risulta che abbia mai fatto cambiare opinione a qualcuno.

Data l’inflazione subita da entrambi i termini, poi, è importante distinguere lo sdegno sopra menzionato dall’indignazione. Secondo la definizione di Gianrico Carofiglio¹, lo sdegno consiste in uno sterile “ringhiare” privo anche della qualità per essere definito critica; esso manca completamente di una prospettiva di cambiamento che invece fa dell’indignazione un progetto positivo di ribellione alle ingiustizie. Si potrebbe argomentare che entrambe le nozioni facciano capo alla stessa scintilla emotiva, che siano innescate dal medesimo sentimento: è il percorso che segue, il raggio d’azione e il tempo che gli sono riservati a determinare la fecondità del risultato ultimo. Nel nostro Paese, di fronte all’offesa (offesa tanto alla sensibilità personale quanto alla dignità umana) si assiste ad un esercizio sistematico di sdegno, a scapito di un esercizio diffuso del potere decisionale, costantemente delegato: chi se ne libera per senso del pudore, chi perché l’esercizio negativo della facoltà critica è spesso più appagante e sempre più facile.

Inoltre, l’esercizio continuo della propria sfera emotiva come strumento primo di esperienza del mondo appunto sensibile determina un impiego di energia non indifferente, indipendentemente dalla qualità del sentimento in questione: che si tratti di rabbia, tristezza o entusiasmo la tensione emotiva, se prolungata, risulta profondamente stancante, e lascia il soggetto esausto, tutt’al più appagato da uno sforzo tutto immateriale comunque privo di conseguenze per il mondo esterno, oltre che esperienza personalissima di difficile condivisione.

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Un esempio di come una predilezione esasperata della sfera emotiva contribuisca a rimpicciolire l’orizzonte d’azione si ha nel dibattito intorno alla governance economica europea e al cosiddetto deficit democratico dell’Unione Europea. Un approccio prevalentemente emotivo, che fra l’altro viene sistematicamente incoraggiato dai soggetti competenti ad intervenire nel dibattito politico internazionale, oscura un nodo fondamentale della questione: la tensione tra democrazia e tecnocrazia non coincide né equivale alla tensione tra la restituzione agli Stati nazionali delle competenze legittimamente avocate all’UE e l’integrazione europea. Il deficit democratico che può essere rimproverato all’Europa consiste nella sottrazione di rilevanti decisioni politiche al circuito elettivo-rappresentativo, affidate invece alle scelte dei tecnici di Bruxelles e agli automatismi interni dei meccanismi giuridici adoperati. L’ambito in cui se n’è avuta più immediata percezione è stata sicuramente la sfera economica, in cui le politiche di governance europee si sono imposte con particolare evidenza: a partire dalle politiche di austerità imposte agli Stati debitori in difficoltà finanziarie costretti a ricorrere ai meccanismi di solidarietà predisposti dall’Unione (e dunque a conformarsi alle condizioni per beneficiarne) fino agli Stati che sopportavano l’erogazione di tali aiuti per finire con le Nazioni che comunque hanno aderito alle nuove politiche di rigore finanziario e al Fiscal compact o patto di bilancio (fra cui l’Italia). I conseguenti costi sociali sono stati e sono ovviamente elevati, almeno quanto forte e immediata è stata la risposta politica (cui allo stesso tempo si aggiungono anche pretese di pervasività sociale) dei movimenti e dei partiti populisti.

Se si considera la questione da un punto di vista emotivo, l’unica soluzione possibile diventa quella più rapida e immediata: la riappropriazione delle competenze a livello nazionale, senza ulteriore spiegazione che l’impressione del maggiore controllo che si potrebbe esercitare sulle vicende e sui dati, in primis economici, su scala spazio-temporale ridotta, e forse anche sul soggetto presumibilmente responsabile delle decisioni in merito. In realtà, il recupero della politica democratica rispetto alla dimensione tecnocratica si può avere anche attraverso l’approfondimento del processo di integrazione europea: aumentando le competenze e le decisioni deferite all’Unione si giustifica l’intensificazione del controllo democratico sull’operato della stessa. Sia perché l’ulteriore delega dovrebbe prima essere definita e votata dai corpi elettorali degli Stati membri sia perché si avrebbe necessariamente controllo diffuso a livello internazionale sul suo esercizio, sotto forma di critica di contenuto politico da parte dell’opinione pubblica e di controllo successivo e capillare da parte dei giudici nazionali.

Questo aspetto è particolarmente importante alla luce delle imminenti elezioni del nuovo Parlamento europeo. Sulla politica da adottare si può anche dissentire, ma un dibattito (costante e inevitabile a ogni deliberazione, se la rappresentanza populista fosse consistente) sull’opportunità che una politica debba sussistere o meno, inteso come ripensamento costante sui vantaggi che la mera esistenza di una politica/economia comune comporti, rischierebbe di compromettere il successo del processo decisionale e la governabilità stessa dell’Unione.

Legittimando le esigenze e le esperienze emotive di ogni individuo in quanto componente del popolo, infatti, è impossibile trattare il popolo come entità unitaria e indifferenziata la cui superiorità sia traducibile in volontà politica opponibile a quella di non meglio definite élites professionalmente economiche o politiche. Il movimento o partito politico che si faccia portavoce a priori di tutte le esigenze emotive e le ragioni di pancia che l’elettorato intero possa concepire contiene in sé stesso la propria antitesi. La voce di ognuno è la risposta di nessuno: e per una volta e un momento in cui il politico populista mi darà ragione, ci saranno altre 59,253,599 occasioni² in cui sarà legittimato a darmi torto in nome del popolo di cui anch’io sono parte integrante.

Aristotele aveva risolto l’animale uomo, e dunque la sua emotività, con l’aggettivo “razionale”, ma si dice anche che la prerogativa che distingue l’uomo dagli altri esseri viventi sia il sorriso. Se non altro, possiamo ancora riderci sopra.

1. Video: https://www.youtube.com/watch?v=zQ2mT7MQmg4 . Twitter: https://twitter.com/gianricocarof/status/962331669670789125 .
2. Sono i dati aggiornati a Gennaio 2019 sugli abitanti in Italia: https://www.italianvagabond.com/abitanti-italia-popolazione/

L’immagine in evidenza è Théodore Géricault, La zattera della Medusa, 1818-1819 – olio su tela, 491 x 716 cm – Musée du Louvre.
L’immagine in mezzo al testo è Parmigianino, Autoritratto entro uno specchio convesso, circa 1524 – olio su tavola, 24,4 × 24,4 cm – Kunsthistorisches Museum, Vienna.

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