Il senno di poi

L’odierno pacifico riconoscimento della potenzialità emotiva e della sensibilità creativa di ogni essere umano non ha precedenti storici. Persino il movimento romantico, in tutte le sue espressioni, non riconosceva spontaneamente questa dignità a nessuno dei suoi esponenti: perché la sua opera avesse il minimo valore, l’artista doveva soffrire di una passione esasperata e sconvolgente, il poeta subire un terrore che i secoli precedenti attribuivano solo alla massima esperienza del divino.

Oggi, invece, chiunque può lamentarsi o gioire senza eccessivo turbamento della propria serenità e con moti ricorrenti, a cui pure è generalmente riconosciuta attenzione e rilevanza sociale a sfere concentriche di relazioni, dai rapporti più stretti a quelli occasionali. Sembra sussistere una specie di diritto individuale ad un’espressione tutta emotiva, distinto dal diritto di espressione del pensiero. E in effetti la riconquista della sfera emotiva – conquista reiterata perché la dimensione sentimentale è sempre stata parte dell’uomo, come insegna la psicologia e come si indovina da diversi episodi storici – sembra essere il culmine dell’evoluzione istituzionale europea: è un lusso che ci si è concessi come premio per il consolidamento della democrazia.

Ma l’esercizio sistematico e sistematicamente incoraggiato della sensibilità individuale, unito alla sua natura istintuale, ne ha provocato un ingigantimento, al punto da rendere l’emozione largamente intesa la cifra stessa dell’attività umana: essa viene adoperata in ogni contesto, diventa strumento pervasivo di conoscenza ed esperienza del mondo circostante. E’ strumento di difesa e offesa insieme, organo sensoriale – ancorché sensibile – che punzecchia il fenomeno, che a sua volta potrà penetrare nella sfera del soggetto individuale solo dopo aver passato il suo vaglio. L’opinione, l’informazione, la reazione emotiva di un’altra persona devono rispettare la mia sensibilità, prima di essere ammessi a produrre effetto nel mio animo: si tratta di legittima difesa.

Orwell sostiene, nel suo romanzo 1984, che si desidera essere compresi più che essere amati¹. Ma è necessario distinguere tra il bisogno di essere compresi e quello di sentirsi dare ragione. Si deve recuperare la distinzione, il binomio ragione-sentimento che da Cartesio a Austen è cifra della mentalità occidentale. La dimensione razionale è elemento costitutivo dell’essere umano quanto lo spazio emotivo, e bisogna riconoscerle identica forza creatrice. La distinzione, persino l’antagonismo tra mente e cuore è la nostra ricchezza: ha contraddistinto la nostra arte visiva quanto la letteratura, la filosofia e la politica. Cresceva solo l’intensità con cui il pensiero, dominio della ragione, andava progressivamente emancipandosi dalle categorie della religione o dal mezzo artistico adoperato.

Non a caso si ammirava il genio quanto più esso era in grado di scomporre la realtà sensibile con metodo sottilmente, spietatamente analitico, e ricomporlo in modo che avesse senso: il filosofo in seguito scienziato ma comunque profeta aveva il compito di restituire una spiegazione, anche nichilista. Talvolta uno scopo, ma non un sentimento: dall’umore bisognava imparare a prescindere come da un vapore, appunto, deformante la realtà e la verità. Lo stesso genere femminile è stato per secoli mortificato nella precisa misura in cui veniva identificato con l’emotività.

Secoli prima gli antichi Greci avevano imparato a disinnescare il pathos in un ambiente controllato attraverso una catarsi collettiva, durante la rappresentazione delle tragedie. Ogni cittadino faceva esperienza nello stesso modo, stesso tempo e luogo del sentimento potenzialmente sovversivo. L’intera collettività esorcizzava qualsiasi passione turbativa dell’ordine pubblico, tramite una sistematica compartimentalizzazione in momenti che venivano presentati come occasioni di svago e divertimento, e dunque irrilevanti al disegno politico in senso lato della comunità.

Oggi, invece, l’elefantiasi della sfera emotiva sembra escludere la possibilità di distinguere da essa, di evitare di porre a ipotesi di ogni ragionamento la sua rilevanza, anche solo per il tempo necessario a costruire un sillogismo. Più la logica tende alla purezza più essa appare sterile: in quanto suo risultato, qualsiasi proposizione razionale trascura infatti di prendere in considerazione la reazione emotiva. Perché prescinderne, in fondo, se essa è condizione condivisa da tutti gli uomini? Se chiunque conosce intimamente la sensazione di irrimediabile frustrazione che trasforma in ingiustizia o quantomeno mancanza di rispetto il torto fatto alla propria sensibilità?

Eppure, l’eccessiva centralità accordata all’emozione si è tradotta in una paralisi antropologica senza precedenti piuttosto che nel recupero di una dimensione fondamentale. Giornalisti, politici e sociologi si sono persino trovati d’accordo sulla definizione di “società dell’eterno presente”. La locuzione, risalente a pochi anni fa, indica in realtà un sentimento diffuso lungo tutta la storia della civiltà, dal versetto dell’Apocalisse che parla dei 1000 anni di giustizia sulla Terra – quasi uno stallo prima della definitiva venuta del Regno – fino alla fine della Storia secondo Fukuyama, sancita negli ultimi decenni del secolo scorso. Ma la novità di un’emozione troppo forte ci ha impedito di superare questa stasi evidentemente, considerando i precedenti, solo apparente.

Anzi, oggi il pericolo di questa precomprensione riguardo alla componente emotiva umana si estende fino a minacciare l’ordine pubblico in senso materiale, ossia l’incolumità fisica delle persone: il movimento dei gilets jaunes, indipendentemente da quanto si possa dire riguardo alla loro posizione politica, è nato come imprecisata congerie di reazioni al sistema che sono presto degenerate in risposte violente. La loro traduzione in istanze politiche, razionalmente e dunque giuridicamente rilevanti e condivisibili sarà lunga e sofferta: il leader Chalençon² stentava a contenere la gioia per il riconoscimento internazionale che l’imprudenza dell’Italia pure gli ha attribuito.

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Riconoscere la ricchezza della persona³ e l’irripetibilità della sua sensibilità⁴, persino garantirne l’espressione non equivale a cedere nuove zone franche alla sua azione né aspecifiche giustificazioni. In una società più che civile, più che democratica, come lo sono gli Stati veterocontinentali – per condivisione di storia, cultura, forma di stato etc., non necessariamente per elezione – tutti i cittadini sono tenuti a rispettare la mia dignità, non la mia opinione né tantomeno la mia sensibilità.

Porre il cogito a motore immobile dell’essere umano, discrimine rispetto al mondo naturale e insieme giudice di eccellenza tra gli uomini è quanto ci ha permesso di dare avvocati a criminali e terroristi, di partorire il secondo comma dell’articolo 7 della CEDU⁵, norma di chiusura e di sofferta civiltà. E’ una disposizione apparentemente indefinita, ma dotata di una portata potenzialmente incalcolabile: costituisce il massimo correttivo alla natura umana, per di più (ovviamente) autoimposto. Una sua applicazione sconsiderata, anche solo vagamente intuitiva avrebbe effetti a sviluppo esponenziale e profondamente corruttivi del sistema, sul cui riconoscimento anche la rilevanza della sensibilità individuale, come abbiamo visto, si basa. L’applicazione della norma è ammissibile esclusivamente a livello razionale, e dopo una raffinata elaborazione. Per “portare la verità ad altezza uomo”, come diceva Camus, si deve prediligere uno strumento d’indagine razionale.

E se è vero che qualsiasi eccesso è male, pure la venerazione dell’oggettivo e la sua attiva ricerca hanno permesso l’incontro tra le prime civiltà, in base alla precomprensione secondo cui tutti potessero ripercorrere il ragionamento, riprodurlo con i propri mezzi ed arrivare alle stesse conclusioni. Galileo ne era convinto. Rimane comunque il fatto che questa, e non altra, è la ricchezza della civiltà occidentale, quanto la contraddistingue a livello intercontinentale: perché si possa avere un dialogo, gli interlocutori devono essere facilmente identificabili e ragionevolmente prevedibili, quantomeno nei metodi.

Il recupero di un metodo razionale non implica comunque lo stralcio della sfera emotiva dall’equazione. I due sistemi sono interdipendenti, nel senso che l’uno rielabora il contenuto prodotto dall’altro, ma le due operazioni non sono l’una lo scopo dell’altra, né è possibile eliminare ogni occasione di conflitto, a meno di non assurgerne una sola a parametro fondamentale.

D’altronde sono sempre esistite regole utili a non offendere la sensibilità altrui: le norme di cortesia costituivano una stratificazione di norme di comportamento tanto imponente da assumere il valore di consuetudine, ossia da incontrare quantomeno una profonda riprovazione sociale in caso di violazione. Erano espressione di un’identità culturale e mezzo di interazione tra le classi, a volte quasi una forma di autodifesa. La loro trasgressione aveva conseguenze tangibili che occupano interi capitoli in Flaubert come in Mann, edivertono in Goldoni. La novità del nostro tempo consisterebbe allora nell’esasperare la suscettibilità a parametro fondamentale, non in una presunta riscoperta di una dimensione sempre esistita, che almeno la buona educazione non poteva esimersi dal rispettare.

Di fronte alla perdita della capacità razionale si è cercato di riprodurne lo schema con strumenti alternativi. Cerchiamo le fonti più feconde di stream (flussi, appunto) di dati, attingendo indiscriminatamente dall’economia alla scienza, liste di sigle e parole in un’altra lingua, perché la novità del suono nasconda il vuoto della nozione: poi, al contenuto che con sforzo faticoso eppure ingenuo ci siamo procurati applichiamo la nostra sensibilità, perché ci sia un’effettiva elaborazione da parte nostra. La nostra reazione emotiva simula il risultato di un qualche ragionamento, e nell’egocentrismo connaturato ad ogni cuore ogni conclusione costituisce un assioma. Eppure queste intime convinzioni hanno vita breve: sono disomogenee all’interno dello stesso individuo, a fronte di tempi di decadimento brevi. Si identifica la verità con come si fa esperienza del dato oggettivo.

La predilezione, comunque orientata, per una sola delle due inevitabili componenti è limitante. Nuoce alla fecondità dell’elaborazione umana: la sua disfunzionalità annulla completamente la reattività e la prontezza che l’emotività si illude di assicurare. Qualunque contributo si fa non solo aleatorio, ma anche impotente ad incidere stabilmente sul risultato finale. Senza contare l’ipocrisia di cui si macchierebbe l’Europa, se obliasse il binomio che fonda la sua storia e dovrebbe distinguere il suo apporto sulla scena internazionale.

In conclusione, non si può avere una critica, neppure del nostro scomodo, scomodo tempo, senza una ragion pura.

1. “Perhaps one did not want to be loved so much as to be understood.” George Orwell, 1984.
2. Articolo de La Repubblica, 15/02/2019: Link .
3. Si veda in merito il nostro articolo: In average we trust .
4. Si veda in merito il nostro articolo: Ulysses, anzi Telemachus .
5. L’ art 7 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo sancisce: “Il presente articolo non ostacolerà il giudizio e la condanna di una persona colpevole di una azione o di una omissione che, al momento in cui è stata commessa, costituiva un crimine secondo i principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili.”

L’immagine in evidenza è Michelangelo Buonarroti, Peccato originale e cacciata dal Paradiso terrestre, 1475-1564 – affresco, 280 x 570 cm – Cappella Sistina, Musei Vaticani, Città del Vaticano.

L’immagine in mezzo al testo è Henri Matisse, La danse (II), 1909-1910 – olio su tela, 260 x 391 cm – Museo dell’Ermitage, San Pietroburgo.

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