Tu quoque?

Gli scorsi due secoli hanno avuto la fortuna di poter dare per scontato che dagli interessi di molteplici comunità territoriali si potesse sintetizzare un interesse nazionale, e che questo fosse tutelato attraverso il circuito democratico tradizionale, basato sulla rappresentanza del corpo elettorale da parte delle istituzioni politiche ordinarie. Oggi non è più così. L’interesse generale viene fatto coincidere con la somma degli interessi individuali: alla nozione nostalgicamente liberale di cittadino si sostituisce la figura del consumatore, giuridicamente inteso quale persona fisica che agisce per scopi estranei alla attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta.

Al venir meno di diverse componenti fondamentali dello Stato modernamente inteso, a partire dalla territorialità (i.e. dalla portata nazionale degli interessi pubblici), questo fenomeno è pur comprensibile, ma non meno rischioso. La tutela apprestata nei più vari ambiti a protezione del consumatore quale parte necessariamente soccombente nello scambio negoziale ha giustificato il potenziamento della sua posizione: il potere contrattuale (e non solo) dell’individuo-utente è cresciuto fino a diventare potestà quasi pubblica, in grado di determinare unilateralmente effetti nella sfera di interessi, in questo caso economici, dell’altro.

L’interesse generale perde la sua consistenza, diventa pervasivo e paradossalmente capillare, fino a ridursi a somma delle potestà, degli imperii individuali. Si tratta di una sommatoria ottusa, sorda, che non sente ragioni neppure nelle sue endemiche contraddizioni, causate dall’arbitraria declinazione degli obiettivi di un così eterogeneo ed elevato numero di soggetti. Senza contare che in quest’ottica il popolo è circoscritto ai soli che possiedono un potere contrattuale, per quanto ridotto, e dunque i mezzi sufficienti a dargli seguito: un determinato livello di reddito e comunque l’accesso a strumenti telematici (occasione per la compilazione dello stesso Codice del consumo) costituiscono un minimo comune multiplo per definizione imprescindibile. E si procede con l’ingenua impressione che porre l’asticella ad un livello effettivamente basso sia sufficiente a rendere democratico il metodo impiegato.

In realtà, il sistema -segnatamente la forma di governo- si sta evolvendo verso il paradigma della democrazia plebiscitaria, modello che si contraddistingue per l’esasperazione del ruolo del capo dell’esecutivo e, soprattutto, per la precomprensione secondo cui il popolo ha sempre ragione. Le ragioni del ventre, misteriose e razionalmente inafferrabili, sono accolte con sollievo e rispettate di conseguenza: dietro a moti tanto spontanei e incomprensibili deve per forza celarsi una verità, più che ben accetta di questi tempi incerti.

I prodotti della “vecchia” civiltà non sono certo immediatamente evidenti, e la loro rarefazione ne sancisce la condanna: è inevitabile che la prima reazione di fronte a contenuti così raffinati si componga di istintiva diffidenza. La loro complessità contribuisce a far apparire addirittura aleatorie le categorie irrimediabilmente storiche che dal XVII secolo in avanti hanno contraddistinto politica ed economia occidentali.

Così il sottosegretario della Lega Siri, presentando la linea sulle opere pubbliche¹, può permettersi di suggerire la cancellazione del Codice degli Appalti e dell’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione. Obliando serenamente dati ufficiali e storia -nonché l’identità culturale di un Paese intero- il sottosegretario sostiene che il buonsenso costituisca rimedio sufficiente alla corruzione. “Buonsenso” aspecifico, ipocrita: il potere amministrativo che si era faticosamente riservato ad un’autorità indipendente viene indiscriminatamente riversato su una massa non meglio identificata, fin troppo sicura delle proprie capacità, che solo il secolo scorso aveva per prima affidato alla politica la soluzione per non doversi curare della materia. Gli effetti dell’abolizione di disposizioni di legge tanto sofferte avrebbero crescita esponenziale e incontrollabile, mentre l’anomia giustificherebbe il ritorno ad un gaudente stato di natura: un terrificante homo hominis procurator.

golconda-magritte

Due recenti decisioni del tribunale di Roma² hanno sancito che il diritto all’oblio su internet non può valere per un negozio, un ristorante o un professionista che offra un servizio al pubblico. Ossia, un esercizio commerciale di qualsiasi genere non ha diritto alla rimozione di recensioni negative online, per quanto pregiudicanti e arbitrarie possano essere. “I servizi di recensioni in rete hanno diritto di esistere a prescindere dalla volontà di chi viene recensito perché sulla possibile contrarietà del gestore dell’esercizio prevale il diritto di critica degli utenti.” Si crea dunque un’importante eccezione al diritto di rimozione dei contenuti online sancito dalla Corte di Giustizia Europea, che nel 2004 si era espressa a favore di un avvocato spagnolo che voleva rimuovere una vecchia condanna a suo carico dai risultati di Google. Trattandosi invece di un servizio offerto al pubblico a pagamento, poiché i dati mostrano che gli utenti fanno largo affidamento sulle recensioni online al riguardo, il diritto di critica, declinazione del principio costituzionale della libertà di espressione, deve essere in ogni caso garantito. I toni eventualmente aspri e graffianti sarebbero infatti adoperati per il bene di chi stia scegliendo il prossimo acquisto o il prossimo ristorante: al popolo viene garantito il suo “panem et circenses”, letteralmente.

Ma nel bersaglio dei militanti della tastiera libera rientrano anche i prestatori d’opera intellettuale, professioni per l’esercizio delle quali è necessaria l’iscrizione in appositi albi o elenchi, cui si accede con abilitazione o autorizzazione o altri requisiti legali, accertati da ordini, collegi o associazioni professionali. Si tratta di medici, avvocati, architetti, professioni che la stessa Corte costituzionale definisce “protette”: il merito dei candidati ad esercitarle è già accertato dalle suddette procedure di accesso. La pronuncia del tribunale di Roma era infatti partita dal ricorso di un chirurgo plastico “che voleva fare un ritocco alla propria scheda su Google My Business, il servizio del motore di ricerca dove gli utenti possono recensire varie attività, da un negozio a uno studio medico”. Il professionista, che chiedeva l’eliminazione di alcune recensioni piuttosto critiche, è stato poi condannato in primo grado. Al pubblico largamente inteso viene perciò garantita la possibilità di esprimere un giudizio su attività di cui difetta di esperienza, preparazione e conoscenza specifica, sostituendosi nel tempo all’autorità che per prima aveva abilitato il lavoratore all’esercizio.

Ecco che i gatekeepers dell’informazione nel cyberspazio, ossia i motori di ricerca e i social media che tramite algoritmi collegano produttori e fruitori dell’informazione non solo ricoprono un ruolo centrale nell’esperienza dell’internauta, ma vedono aumentare la dignità loro riconosciuta. Google, ma anche Bing e Yahoo brillano apparentemente superiori e imparziali nella selezione dei contenuti: possono vantarsi di restituire fedele e trasparente l’opinione pubblica, semplicemente riportando un campione sufficientemente ampio di recensioni. Pilato non sarebbe potuto uscirne più indenne.

Si è talmente assuefatti a modalità personalizzate di selezione dell’informazione che persino una pubblicità leggermente diversa dalle altre, non visualizzata su misura di interessi precedentemente espressi, può risultare destabilizzante. La nuova pubblicità dei rasoi Gillette³, per esempio, serve un fine ulteriore alla vendita del prodotto: il video viene presentato ai consumatori a prescindere dalla categoria di lamette che siano soliti comprare su internet, o dalla frequenza con cui ne acquistano, e il messaggio femminista rimane drasticamente ulteriore. La cieca, violenta frustrazione di chi, durante una ricerca online, era interessato a tutt’altro che a un invito a migliorare sé stesso e la propria vita interiore non è una sorpresa.

Negare la necessità di correttivi alla mera stratificazione di personalissimi interessi è semplicistica acquiescenza a risultati statistici, nel migliore dei casi, omertà nei confronti di atavici quanto oscuri meccanismi di potere, in tutti gli altri. Non certo un passo nella direzione di una democrazia diretta, quantomai utopistica qualora si voglia usufruire dei vantaggi della globalizzazione.

Se si guarda alla formulazione del quesito posto dalla piattaforma Rousseau agli attivisti del movimento 5 Stelle sul caso Diciotti e l’eventualità di un processo a Salvini, si nota come la domanda faccia esplicito riferimento a un non meglio precisato “interesse dello Stato”: la locuzione si riduce ad un’opinione non circostanziata di poche migliaia di persone, che pure nei fatti avrebbe la pretesa di prevalere anche sulle tutele costituzionali tradizionali. L’interesse dello Stato, o meglio di una chiaramente orientata frazione dell’elettorato, comunque possa essere variamente determinato, di volta in volta, dal capo politico di turno sarebbe dunque superiore ai principi espressi dalla Costituzione, storicamente riconosciuta mirabile conciliazione degli interessi particolari di tutte le correnti politiche e territoriali. I partiti che accettarono di firmarla nel secondo dopoguerra avevano ben presente la minaccia che li spingeva a ricercare il compromesso, pur di poter fare affidamento su una reciproca garanzia di sopravvivenza.

Finché il proprio picciolo affare non sarà turbato, la militanza democratica resterà una fatica poco redditizia e la memoria storica un potenziale archivio di pretesti. E in Italia, in quanto Gattopardo, Piacere, Malavoglia, Promessi sposi, Casa in collina e altre naturali predisposizioni a una raffinatissima indolenza, ci vorrà tanto tempo che saremo ormai tragicamente in fondo alla catena alimentare.

1. Articolo di Repubblica .
2. Articolo di Repubblica .
3. Link video: YouTube .

L’immagine in evidenza è Michelangelo Merisi da Caravaggio, Vocazione di San Matteo, 1599-1600 – olio su tela, 322 x 340 cm – Cappella Contarelli, San Luigi dei Francesi, Roma.

L’immagine in mezzo al testo è René Magritte, Golconde, 1953 – olio su tela, 81 x 100 cm – Menil Collection, Houston, Texas.

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