Con cuor sincero e fede non finta

“Avviso a tutti gli apprendisti capri espiatori: un buon capro deve sempre andare incontro al cazziatone, battersi il petto ancor prima di essere accusato, è un principio fondamentale. Piazzarsi davanti al plotone, sempre, e sollevare su di esso uno sguardo da far inceppare i fucili.” Così Daniel Pennac fa parlare Benjamin Malaussène, il protagonista dei suoi romanzi, di professione capro espiatorio. Il suo compito, comunque sia impiegato, consiste nell’addossarsi tutta la colpa delle altrui incompetenze e mancanze, attraverso un’esibizione patetica che mira a suscitare nell’interlocutore un sentimento di pietà affinché abbandoni le sue ragioni quanto qualsiasi pretesa di risarcimento. Pietà “dell’anima”, ossia una compassione e un intenerimento pressoché autentico per la sfortunata sorte del capro, o pietà “clinica”, profondo disgusto per il voluttuoso masochismo che spinge il capro a implorare una giusta punizione da parte degli interlocutori più impietosi, che piuttosto che dargli soddisfazione non vedono l’ora di toglierselo dalla vista.

L’ultimo prodotto del sistema elettorale italiano ha lo stesso obiettivo. Il governo, inteso come un esecutivo ipertrofico, mira ad ottenere la medesima reazione da parte dell’opinione pubblica. La grossolanità della nuova strategia e composizione governativa è solo apparente: la classe dirigente ha ben presente la qualità della reazione che deve ottenere dai cittadini -e continuare ad ottenere in un flusso di portata regolare e costante- per poter mantenere la situazione stabile, e di conseguenza il potere. Si è optato per una studiata costruzione del sentimento che in Italia riesce più facile suscitare: la pena, di cui tanto siamo generosi nella nostra emotività che salva e condanna a un tempo.

Ma a lungo andare questo iperesecutivo prende gusto al gioco, all’esibizione: si tratta di gente che non ha mai avuto il potere prima, quantomeno al livello viscerale che fonda interi alberi genealogici, ed è dunque ingenuamente convinta che la visibilità sia una componente dello stesso, anzi desiderabile. Si inventano intere topologie del vizio con l’obiettivo del lustro che un repertorio conferisce ad una compagnia, e nel patetico ci si crogiola fino a che mortificarsi e ridicolizzarsi di fronte all’elettorato smette di essere umiliante a fronte della bravura che richiede. La vanità dell’attore ricercato solletica l’istituzione che di volta in volta è opportuno adire a seconda della natura del problema.
Il governo scivola nell’autocommiserazione: assegnare la persona meno qualificata a ciascuna mansione, deputare le risorse sbagliate, mal gestire le emergenze diventa prova di virtuosismo per definizione fine a sé stesso. Si arriva al punto di crearsi nuove emergenze: studiate sul piano mediatico o fabbricate ad hoc presentando dati statistici in un connubio tra matematica e filosofia senza eguali dal mondo antico.

E infatti della Grecia antica si recuperano gli strumenti sociali: il nostro governo è una tragedia. L’affermazione risulta meno esagerata se si considera che l’etimologia della parola “tragedia” contiene proprio il termine capro espiatorio (“tragos”) e che si persegue l’obiettivo di ottenere sulla società gli stessi effetti che quelle rappresentazioni ottenevano secoli fa. Un fenomeno identitario, che dunque raduni e costringa la comunità escludendo qualsiasi confronto con l’esterno, compiendosi in una catarsi collettiva di tuta l’energia e la tensione emotiva accumulata, effettivamente paralizzante in un eterno ritorno di scontento privo di conseguenze.

Sono i governanti stessi a porgere il cilicio per la propria punizione ad un boia occasionale e stupefatto: si offre il fianco e persino l’altra guancia, pur di tenere nascoste le mani. Perché in cambio del sacrificio della propria dignità, dell’erosione sistematicamente incoraggiata della loro sfera di vita privata e familiare esigono la possibilità di rimediare ai propri errori, continuando di fatto a gestire la situazione con tutti i provvedimenti che ritengano indispensabili.

Ammettendo la propria incompetenza giustificano una politica a breve termine e a raggio cortissimo: i problemi e le emergenze sono tanti, e “noi” siamo tanto deboli che ci deve essere concesso di comportarci come se ogni provvedimento non dovesse costituire che una pezza eroicamente imposta a una confusione irrimediabile. Monodosi di governance per impedire che il Paese crolli, non si potrebbe trovare una scusa migliore: il “cambiamento” rinviato più volte che la rivoluzione rossa durante il secolo scorso, ma con motivazioni molto più varie, di origine diversa e spesso eteronoma. In una parola migliori, più plausibili e che soddisfino il gusto raffinato ormai diffuso nell’era dei consumatori, in cui la stessa disposizione legislativa presuppone ingenuità e debolezza diffuse.

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Il numero degli sbarchi in Italia è andato precipitando dal 2016¹, ma se la maggioranza al governo si mostra compatta nel gridare all’emergenza mentre la minoranza, anziché confutarla, si limita a compiangere cosa avrebbe fatto diversamente, saranno adottati solo provvedimenti esecutivi e soluzioni legislative provvisorie, zoppicanti, incomplete ma assolte, senza dubbio. Il lutto per la storia che avevamo ucciso con l’eterno presente garantisce uno spazio d’azione senza precedenti all’emotività che la piange sconvolta.

Le situazioni d’emergenza si moltiplicano e sembrano generarsi spontaneamente per cause non imputabili a nessuno dei corrispondenti ministeri: se la cattiva navigazione non può essere attribuita a manovre umane, non c’è alcuna ragione per cambiare il capitano. Le istituzioni sembrano lavorare ad un nuovo modello di ipocrisia: ammettono tutte le proprie mancanze e difficoltà, rivendicando per sé una trasparenza mai associata prima agli informatori ufficiali, e perciò si sentono giustificate a non fare nulla al riguardo, se non una gestione a breve termine dolosamente spontanea. Ma al contempo, l’intero corpo elettorale si sente dare ragione: per ogni lamentela avanzata, il cittadino vede riconosciute le proprie ragioni e compianta la propria miseria. Bisogna dire che fa un certo effetto vedere i sette colli percuotersi il petto ad ogni mia rimostranza in un mea culpa sonoro e ufficiale, per quanto insignificante.

Se il divieto del non liquet pospone la soddisfazione di ognuno e non si è in grado di garantire neppure una sicurezza minima, fisica, animale, allora il governo ci restituisce la facoltà di difesa. Ci arma con la mano tremante e solenne di un padre che, vecchio, non ci può seguire in guerra. Se non possono difendere la nostra donna, pur sacrificano la propria dignità per salvare il nostro onore, prima nel delitto e poi in tribunale. Anzi, se la recriminazione e l’offesa al governo è legittima, a maggior ragione lo è “tutta la difesa”, anche se la critica ha la funzione di scriminare chi detiene il potere prima che di esercizio del diritto costituzionale di libera espressione.

Bisogna dire che il governo non fa mai mancare ai cittadini il divertimento, anche se etimologicamente inteso con l’obiettivo di distogliere l’attenzione dall’azione principale. Invero la formazione corrente del potere esecutivo mostra delle somiglianze notevoli con la commedia dell’arte. Il ministro del lavoro, non avendo lavorato un giorno in vita sua, non può esprimere nessuna opinione e ammutolisce come Pulcinella, Salvini ha cambiato più colori di Arlecchino e i vari tirapiedi della sinistra gettano la sorte sulla toga di Balanzone. Proprio come nelle prime compagnie, gli artisti memorizzano un personaggio e un ventaglio limitato di numeri, esibendosi sempre nella stessa capriola a seconda di chi il pubblico di volta in volta reclama alla ribalta, piuttosto che alla responsabilità politica.

L’obiettivo ultimo è muovere il cittadino a pietà o ribrezzo prima che possa vibrare il colpo fatale. D’altronde, se a causa di fattori esterni e imprevedibili la situazione è così catastrofica da spingere il governo corrente ad ammettere la propria deficienza, variamente declinata in ridicolo, sconfitta o impotenza a uso e consumo dell’elettore, non è chiaro come un altro esecutivo dotato degli stessi poteri evidentemente sproporzionati al problema potrebbe trovare una soluzione organica o quantomeno a termine ulteriore.

Per quanto soddisfacente, sapere di avere ragione e vedere confermata qualunque possa essere la propria opinione su politica e politicanti non è sufficiente: disperdere le proprie energie nell’intento di argomentare la propria lamentela in maniera razionale e compiuta significa solamente abboccare all’amo. L’ancestrale “loro”, per la prima volta, volutamente non si sforza di giustificare il proprio operato o i propri programmi. Scarica la motivazione ultima su una congerie indefinita di “popolo”, analfabeta funzionale al disegno di pochi ma conforme all’istinto di molti. La Lega, nel promuovere in Parlamento la riforma della legittima difesa, ha evidenziato come si trattasse di “una richiesta di giustizia che arriva dal 99% del popolo italiano”. La Repubblica² ha lamentato come il dato fosse privo di una fonte attendibile, ma questo è tragicamente irrilevante: in realtà la difesa finanche violenta della propria sfera personale, fisica o di proprietà ma comunque intima, è un istinto da cui nessun essere umano può prescindere. La richiesta di potersi fare giustizia arriva dall’intero popolo italiano, in una percentuale del 100% che dovrebbe infrangersi solo sull’aggettivo “legittima”, e su almeno quattro secoli di civiltà e articolazioni razionali faticosamente sottratte al brodo primordiale dello stato di natura.

Questo articolo dovrebbe chiudersi con una lapalissiana quanto altisonante invocazione alla ricostruzione di un’opinione pubblica valida e significativamente informata. La verità è che al governo ci sono i pupi, e abbiamo quantomeno il dovere di goderci lo spettacolo.

1. Dati dello stesso Ministero dell’Interno: link.
2. Articolo di Repubblica: link.

L’immagine in evidenza è Vincent van Gogh, I mangiatori di patate, 1885 – olio su tela, 82 x 114 cm – Van Gogh Museum, Amsterdam.
L’immagine in mezzo al testo è Michelangelo Merisi da Caravaggio, Incredulità di San Tommaso, 1600-1601 – olio su tela, 107 x 146 cm – Bildergalerie, Potsdam.

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