Uno, nessuno, 100K

Partecipare alla globalizzazione presuppone che il Paese abbia qualcosa da offrire al cui privilegio sia disposto a rinunciare. Per l’Europa, prendere parte alla globalizzazione ha significato condividere quanto di cui era più liberale. Seguendo un miraggio positivista e solidaristico, ha messo in comune le sue migliori qualità; ha accordato fiducia a tutti i contraenti che le garantissero l’esorcismo dello spettro rosso e di quello bellico che tanto l’avevano turbata nel secolo precedente. Il vecchio continente ha messo in comune standard alimentari, sanitari, giuridici elevatissimi, sia in preda ad un’utopia economica sia con la vanità di una primadonna lusingata nella propria superiorità dall’elemosina. E’ bastato scambiare il toro olimpico con quello di Wall Street, l’ebbrezza del rapimento è rimasta la stessa.

Ma la serenità data da una civiltà palpabile ed autoevidente, tangibile in tutte le minuziose lamentele quotidianamente mosse ai sistemi nazionali di infrastrutture e servizi dei Paesi europei si è esaurita. Si ha l’impressione di essere stati fin troppo generosi, che l’orgoglio e l’ebbrezza dell’elargizione abbiano forzato la mano. I nostri atavici privilegi si diluiscono fino a dissolversi: una volta che si è insegnato il gusto per la ricchezza, non è possibile riprenderselo. E questa sensazione di essere inesorabilmente privati di qualche cosa imprudentemente concessa, questo pervasivo senso di vuoto e di offesa si unisce all’esaurimento dell’energia creativa in un sistema apparentemente saturo. Si assiste, allora, ad una profonda crisi di identità.

Confusi, si artiglia convulsamente quanto è rimasto, ci si aggrappa disperatamente agli ultimi tratti distintivi. Come insegna la scienza dell’inventario, però, si vende per ultimo quanto il cliente gradisce meno, o quanto ha un prezzo sproporzionato rispetto al resto della merce. In termini di istituzioni, dunque, quanto è meno condivisibile.

La nuova dottrina si costruisce intorno a un fondamento che da effettivamente immutabile si evolve in imperativo: l’etnia caucasica. In tutte le fonti di notizie e gli episodi di cronaca si insinua il dato dell’origine razziale del protagonista, che prevale sull’identità civica oppure sullo status di rifugiato maturabile attraverso il diritto internazionale. L’esigenza di ricondurre lo straniero al proprio paese d’origine si manifesta fin dal titolo di giornale: il diritto all’informazione viene strumentalizzato in identikit razziali a uso di un lettore che diventa consumatore, non appena usufruisce di un servizio in tal senso personalizzato. L’indicazione della cittadinanza o del paese di provenienza definisce prima del fatto stesso la conseguente reazione dell’opinione pubblica, secondo cerchi concentrici ad accettabilità decrescente con il fulcro nella qualità di “italiano”, a scemare in “europeo”, “americano” fino a scadere oltre la rete di sicurezza dei capitalismi immediatamente esperibili. E’ craniometria implicita, teoria delle razze in pillole. Darwin si prostituisce per poter garantire al cittadino italiano una presunzione relativa ma capillare di impunità.

E’ naturale, dunque, essere restii a concedere il marchio di civiltà attraverso la cittadinanza. “Quando tutto il mondo fu cittadino Romano, Roma non ebbe più cittadini”: così Giacomo Leopardi descriveva la caduta dell’Impero. Se si ha per patria il mondo, non si ha nessuna patria. Ci si esibisce allora in un esercizio di bipensiero straordinario: si perseguono attivamente tutti i vantaggi della globalizzazione e si denigrano anacronistiche frontiere di ogni risma mentre allo stesso tempo (scorrendo la stessa dash) si definisce la propria nazionalità negandola agli altri. Si distinguono i destinatari del bastone o della carota a seconda che si tratti rispettivamente di contraenti più deboli o più forti di noi. L’Italia concederà pure un elevato numero di cittadinanze all’anno, ma la sua legislazione in materia è una delle più proibitive al mondo per il migrante regolare¹.

La corsa all’identità e ai segni particolari si fa frenetica, “in cerca d’autore” sono ormai interi paesi. Ma la crisi è pervasiva: dal livello macroscopico del nazionalismo suicida del Regno Unito arriva a contagiare le dinamiche individuali. L’uomo, per esempio, non è più in grado di definirsi se non in relazione alla propria donna: senza di lei, si vede costretto ad ucciderla, arrivando a volte persino al suicidio o all’omicidio della prole. Il mito di Crono trovava giustificazione alla propria barbarie in quanto mito delle origini: ora ogni tribunale riconosce che il mondo di ogni uomo sta ricominciando da capo in una “tempesta emotiva” che è in realtà Kaos primordiale, e i codici possono poco contro la semplicità disarmante dello stato di natura.

Così pure un individuo più innocuo si riscopre maniacalmente nelle rappresentazioni ossessive della propria realtà quotidiana, attraverso i profili social. Feuerbach cede: l’uomo è ciò che fotografa che mangerà. Si conosce sé stessi per gentile concessione della geolocalizzazione del proprio dispositivo, e del sistematico quanto discreto quiz di personalità che l’algoritmo predispone sui siti dei quotidiani o di shopping online.

Se la società si pone decisamente sulla difensiva, qualsiasi proposta e a maggior ragione qualsiasi problema devono essere resi inoffensivi prima di esserle presentati. Si tratta di aggirare i pregiudizi per arrivare a qualcosa di ancora più primitivo e animale: la reazione emotiva. L’emergenza del cambiamento climatico può rappresentare motivo di interesse solo una volta edulcorata attraverso il patetismo della figura di Greta Thunberg: il premio per “i maggiori benefici all’umanità” si inchina all’umanità minima della sopravvivenza sul pianeta, e gli ultimatum della scienza dovranno aspettare i tempi del cuore. Allo stesso modo, solo un ragazzino eroe come Rami determina l’incoerenza in direzione umanitaria delle dichiarazioni del ministro dell’Interno, sconfitto con le sue stesse armi, anzi uniformi.

Caspar_David_Friedrich_-_Wanderer_above_the_sea_of_fog

Nell’informatica giuridica esiste un ambito chiamato polizia predittiva: si tratta dell’impiego dell’analisi dei big data per individuare dei pattern, ossia degli schemi ripetuti che permettano la prevenzione dei reati. Al computer vengono date in pasto tutte le informazioni riguardanti crimini già avvenuti, anche quelle apparentemente inutili o casuali, e la sua elaborazione sarebbe in grado di prevedere dove, come e quando avrà luogo la prossima infrazione, in modo che le forze dell’ordine possano intervenire prontamente. A partire dall’applicazione del primo software italiano di polizia predittiva, “KeyCrime”, le rapine su Milano si sono ridotte in maniera stupefacente.

Eppure, questo metodo contiene il germe di una discriminazione sistematica e invisibile, il rischio della “profezia che si autoavvera”. I dati raccolti dalla prima tornata di crimini sventati confluiscono nella seconda: l’efficienza aumenta, ma i dati sopravvissuti al filtro costituiranno la base per l’analisi successiva, e il filtro si rinforzerà. La profezia si autoavvera: per esempio, se il computer analizzasse il nudo dato della popolazione carceraria di San Vittore ne dedurrebbe che gli extracomunitari sono più portati a delinquere dei cittadini italiani. Verranno dunque repressi molti più reati commessi dagli extracomunitari, che andranno a gonfiare i dati per la tornata elaborativa successiva rafforzando il pregiudizio razzista.

Lo stesso schema si riproduce impietosamente a tutti i livelli sociali: la rielaborazione umana, invece di correggere con la propria consapevolezza la deviazione tecnologica, la emula. Ogni contingenza personale e bega borghese diventa occasione di riconferma della propria opinione, mentre la discriminazione, razziale ma non solo, prospera parassita. Nel primo dopoguerra, del resto, la classe media individuata dal risparmio di una generazione in su ha preferito ingoiare il rospo della violenza fascista al rischio di una rivoluzione socialista concretizzatosi nel monopolio delle campagne e delle urne. Oggi si respira la stessa diffidenza di fronte a progetti di cambiamento a lungo termine, seppure meno drastici: in fondo solo chi ha una prospettiva di lucro accetta il rischio di essere risputato dalla fiumana del progresso. Ogni notizia che assecondi l’opinione personale ormai formata su un argomento diventa prova imputabile all’avversario di turno, comunque colpevole di sfidare la mia identità nell’incontro. All’imperativo “non uccidermi!” leibniziano che l’altro ci pone, la risposta vede la situazione ribaltata: “come osi insinuare che io possa essere un assassino?”

Tutti sospettano di tutti, e l’esito è una paralisi profonda, sterile e senile. Il rimbambimento, frutto di una paura viscerale e attanagliante, è tanto eclatante che le istituzioni democratiche non possono più fare affidamento sul processo di formazione dell’opinione pubblica e sulla sua reattività in una direzione razionale. Dopo l’attentato di Christchurch in Nuova Zelanda, David Shanks, responsabile dell’ufficio della censura neozelandese, si è visto costretto a prendere la sofferta decisione di censurare il manifesto del killer Tarrant. Individuare il confine tra l’ “hate speech”, che pure è legale, e questo tipo di pubblicazione, che “è deliberatamente costruita per ispirare ulteriori omicidi e atti di terrorismo” richiede un’attenta quanto determinante elaborazione da parte del cittadino, che non può più essere data per scontata.

Il proprio ombelico è già difficile da difendere così com’è, da quando il Mediterraneo non è più quello del mondo (e da quando non è più mare nostrum). La mala gestione, la mala governance della globalizzazione ha compiuto il miracolo di rendere il cittadino altruista per forza maggiore, nel suo isolamento. Dell’erba del vicino non si vuole sapere più nulla, fino a quando non si sarà costretti a cacciarlo dal proprio prato con il fucile: il governo si sta già adoperando per renderlo possibile.

 

1. Il migrante può avanzare domanda per la cittadinanza italiana solo dopo 10 anni di residenza regolare e continuativa in territorio italiano, e lo Stato si riserva di valutarla. Ossia la cittadinanza è concessa dall’amministrazione, non ottenuta per diritto, e può essere sottoposta a ulteriori requisiti tra cui un informale requisito di reddito (cittadinanza per naturalizzazione). Inoltre, i bambini nati in Italia da immigrati regolari potranno ottenere la cittadinanza per riconoscimento alla maggiore età solo se saranno in grado di dimostrare di aver risieduto in Italia in modo continuativo per 18 anni; è sufficiente un’interruzione qualsiasi, magari per esigenze lavorative dei genitori, per precludere l’ottenimento della cittadinanza. Questo, si ribadisce, in materia di immigrazione regolare, della temutissima immigrazione a fini economici, tralasciando le convenzioni sull’apolidia e la tutela dei diritti dell’uomo che l’Italia ha firmato.

L’immagine in evidenza è Piero della Francesca, Doppio ritratto dei duchi di Urbino, 1465-1472 circa – olio su tavola, 47×66 cm – Galleria degli Uffizi, Firenze.
L’immagine in mezzo al testo è Caspar David Friedrich, Der Wanderer über dem Nebelmeer (Viandante sul mare di nebbia), 1818 – olio su tela, 98,4×74,8 cm – Hamburger Kunsthalle, Amburgo.

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