Adoremus

Chi sostiene che il nostro tempo non si distingua per spirito religioso si sbaglia. Una fede profonda e capillare impregna le fondamenta del presupposto trionfo agnostico. Semplicemente, sono cambiati gli elementi tradizionali, i luoghi di culto e le formule, ma il bisogno di salvezza dell’uomo si manifesta più prepotente che mai di fronte all’abisso dell’emancipazione definitiva. Della nostra libertà non abbiamo fatto che replicare gli schemi passati, e rimane da vedersi se per nostalgia o piuttosto comprovata efficienza.

Il nuovo culto è decisamente elementare, e si sviluppa su due soli articoli di fede: il dogma del noto e il dogma dell’ignoto. Le due nozioni hanno contenuto diverso da persona a persona, dunque sono sufficientemente relative da adattarsi pacificamente a ciascun candidato proselita. La categoria del noto comprende tutte le nozioni e le esperienze acquisite nel periodo dall’alfabetizzazione al completamento della scuola dell’obbligo, consolidate in un arco temporale di suscettibilità cognitiva di freudiana memoria; in particolare, le fonti che in quello stesso periodo fornivano informazioni e notizie tendono a essere considerate attendibili e autorevoli anche successivamente. L’ignoto è tutto quanto non rientra nel primo insieme.

Il credo contemporaneo consta di un unico comando: le due sfere devono essere tenute separate. A nessun costo esse devono entrare in contatto, e il contenuto non può essere trasferito dall’una all’altra: quanto in un certo momento -che per comodità chiameremo maturità- si troverà indiscutibilmente nell’area di ciò che è sconosciuto dovrà rimanere tale. Il soggetto non dovrà fare alcun tentativo di conoscerlo ed acquisirlo, pena la blasfemia. Le due categorie devono sopravvivere come compartimenti stagni, relazionandosi per negazione, interdipendenti eppure irrimediabilmente distinte come i grani di un rosario.

Si realizza così un nuovo mistero, universale e compiuto: ognuno fa esperienza della divinità che si manifesta sottoforma di voce e coscienza nella propria testa, ognuno non fa altro che esaltare il proprio genio. D’altronde questa sfiancante liturgia dell’immiscibilità è l’unico modo per poter raggiungere l’ordine nella società e la pace individuale. Infatti, solo l’uomo che si determinerà sempre attraverso le stesse variabili, che fornirà sempre gli stessi dati all’algoritmo della natura sensibile che è presupposto di ogni patto sociale potrà assumere un comportamento prevedibile, e dunque governabile. La certezza del diritto che da secoli vincola la produzione normativa occidentale si diluisce per le strade, per la prima volta veramente democratica. La sua pervasività vincola l’individuo ma assicura la stabilità della costruzione sociale e politica: il Leviatano fa meno paura da quando ognuno si è potuto scegliere il proprio mostro.

Certo lo sforzo che tale venerazione richiede può sembrare eccessivo, ma rendersi complici della paralisi conoscitiva garantisce una pace dell’anima più profonda delle tre storiche religioni monoteiste messe insieme, e promette la soddisfazione già nella vita terrena. L’essere umano si vede riconosciuto un nuovo raggio d’azione, una nuova libertà, attraverso il pregiudizio, che costituisce la cerniera (mai il ponte) che si realizza tra i due insiemi. Il pregiudizio opera in due direzioni opposte, transitiva e riflessiva. Esso può, rispettivamente, essere esercitato su un destinatario altro rispetto al soggetto che lo esercita oppure costituire uno scudo rivendicato a difesa della propria azione. In ogni caso, esso integra una causa di giustificazione che legittima l’ignoranza di ognuno.

Per esempio, il pregiudizio tutela qualsiasi opinione possa essere maturata sui migranti nel Mediterraneo, restringendo gli orizzonti mentali molto meglio di quanto una direttiva interna possa fare nei confronti delle acque territoriali. Di fronte all’anestesia della coscienza, eventuali errori di politica, geografia e umana decenza diventano assolutamente irrilevanti. Anche l’espressione creativa più all’avanguardia soffre della limitazione contenutistica del già detto, del già visto: l’installazione del Fuori Salone che doveva protestare contro la violenza sul genere femminile non ha saputo esprimersi che nella voluttà di una formosa donna nuda che le entusiastiche ferite non potevano sperare di coprire.

Non sapere costituisce un inestimabile esoscheletro piuttosto che una deficienza, dunque il vuoto e l’assenza vengono attivamente ricercati: il nostro secolo si è spogliato della paura del buio come un bambino cresce nelle proprie scarpe. Dopo esserci assicurati la permanenza nell’Unione Europea, ci si sforza di negarne le declinazioni in ambito normativo, economico e politico, quasi l’ingerenza periodicamente ratificata costituisse un imbarazzante elefante nella stanza dei bottoni. Fa bene a un certo tipo di innocenza -quella complice di uno scontento improduttivo quanto costante- ignorare per esempio come i controlli e il filo spinato al confine tra la Lituania e l’exclave russa di Kaliningrad siano finanziati con il sostegno dell’Unione. Anzi, secondo il ministero degli Esteri della Repubblica baltica, dal 2017 fino al 2020 Bruxelles avrebbe stanziato complessivamente 94,8 milioni di euro per la sicurezza, la vigilanza e il controllo di questo confine esterno dell’Unione. E’ più insopportabile l’offesa sovietica o la tracotanza federale dell’UE? Il pregiudizio si somma al pregiudizio, le caricature si confondono in un groviglio ansiogeno e paralizzante.

Un simile potere potrebbe però essere sfruttato a proprio vantaggio. Invitando il pregiudizio su sé stessi in un’applicazione riflessiva si ottiene molta più libertà a fronte di un sacrificio irrisorio della propria immagine. Questo ingenuo entusiasmo, l’indiscriminata ebbrezza di poter fare qualsiasi cosa sacrificando solamente l’opinione altrui sulla propria persona è, tristemente, l’ultima fonte di orgoglio nazionale: la soddisfazione di micro-esigenze e capricci personali è l’unico punto d’appoggio rimasto alla classe dirigente, che accontenta la massa come può, ossia in ambito legislativo e processuale. Per esempio, è ora l’aggressore che penetra nel mio domicilio a dover avere paura di quanta libertà dalle regole del consorzio civile io mi possa prendere. Il disegno legislativo in corso di elaborazione sta lavorando sul passo logicamente successivo, le armi in dotazione alla popolazione: appena oltrepassata la soglia di casa propria, il cittadino armato è un potenziale aggressore più temibile di un eventuale intruso. I ruoli tradizionali si invertono, e non si può essere sicuri che la vittima nell’ormai esorcizzato accanimento della difesa non diventi più crudele del carnefice.

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Tuttavia ognuno ha una fede incrollabile in quanto conosce già, nel sapere che già gli appartiene: si è assurdamente, infantilmente affezionati alle nozioni che si posseggono, che non ci tradiscono. Ciascuno conosce le proprie, necessariamente diverse a seconda dell’esperienza e della formazione. Dunque ogni individuo che compone la folla si sente tuttavia superiore alla massa. Il governo, nella sua missione di disciplina del fenomeno sociale, deve pur tener conto di questo delirio di onnipotenza ad personam mascherato da piagnucolosa comfort zone.

Infatti, una proposta di legge costituzionale che modifichi l’articolo 71 della Costituzione si trova ora all’esame del Senato, dopo essere già stato approvato dalla Camera in sede di prima deliberazione. Essa introduce “un’iniziativa legislativa popolare rafforzata dall’eventuale consultazione popolare”. Il nuovo referendum propositivo funzionerebbe così: 500mila elettori – per intendersi, il corpo elettorale di soli 2 senatori – sarebbero sufficienti a delegare un comitato di promotori a discutere con il Parlamento, che sarebbe obbligato a discutere la loro proposta con un tempo di 18 mesi. Nel caso in cui il Parlamento non approvasse la proposta o vi apportasse modifiche troppo estese secondo l’opinione dei promotori, si andrebbe necessariamente a referendum con la versione originale, e solo nel caso in cui questa non venisse approvata entrerebbe automaticamente in vigore la versione parlamentare della legge. C’è di più: per disincentivare l’astensionismo nell’intervento del corpo elettorale al referendum, come requisito di validità si è optato per un quorum approvativo del 25% degli aventi diritto, invece che per il tradizionale quorum partecipativo del 50%.

Lungi dall’essere il trionfo della democrazia diretta, questo progetto segnerebbe la fine di quella rappresentativa. Eliminerebbe completamente il ruolo del Parlamento, che sarebbe costretto a pronunciarsi, in tempi relativamente brevi, sulle materie più disparate, interloquendo per di più con soggetti di infima rappresentatività. Il referendum propositivo, inoltre, non ha i limiti contenutistici del referendum abrogativo: può riguardare anche le tasse e i trattati internazionali. L’art 117 della Costituzione, che stabilisce le competenze in materia legislativa, non resiste al referendum. Si crea un nuovo meccanismo, un nuovo procedimento legislativo alternativo e conflittuale a quello parlamentare. La mediazione tra le diverse posizione politiche che è storicamente assurta a sintesi della democrazia moderna occidentale soccombe alla soddisfazione immediata della governance e di un’utopica democrazia diretta.

Ma gli ideatori della riforma mancano di realismo. Se è sufficiente il 25% approvativo degli aventi diritto per dar vita ad una legge necessariamente di parte, che sostiene “valori non negoziabili” secondo gli stessi promotori, gli elettori avranno tutto l’interesse ad andare a votare per impedire che essa entri in vigore, ma non saranno necessariamente preparati né correttamente informati al riguardo. Già demandare al referendum abrogativo tradizionale il quesito sulle trivellazioni al largo della costa, anzi sulla durata delle concessioni per l’estrazione di idrocarburi in zone di mare è sembrato a posteriori eccessivo: si rischia di forzare in capo al corpo elettorale questioni complesse, che siano tecniche o di principio, e di costringerlo ad esprimersi senza avere una competenza a cui ha già rinunciato a ogni elezione. Si fa un ingenuo ma comunque colpevole affidamento su una nobiltà, una ricerca attiva e razionale dell’informazione, un’umiltà che il cittadino medio non ha. Nessuno sarebbe in grado di prepararsi adeguatamente prima di andare a votare, e andare a votare deve. Non è chiaro come il gregge possa essere persuaso ad esercitare la raffinatissima capacità d’indagine richiesta dal governo (che tra l’altro si professa portavoce e riscatto delle fasce più basse e meno istruite) per realizzare il progetto del nuovo referendum propositivo.

Si tratta di un tipo di democrazia diretta che livella i requisiti di partecipazione ampliando oltre il voto i poteri di esercizio immediato, con un forte rischio di manipolazione. Il progetto di riforma costituzionale restituisce il demagogo alla piazza, non eleva la massa in Parlamento. Non è l’Atene dell’età classica, è ancora una volta Roma, sempre Roma.

Lo strumento del pregiudizio si fonda su una precomprensione infantile ma comprensibile. Più vasta è l’area di contenuto ignoto e sconosciuto più alto è il numero di verità che si può immaginare essa nasconda. In definitiva, rifiutarsi di indagare uno spazio accontentandosi della speranza che esso contenga virtù e conoscenza è fin troppo umano. Se mi rifiuto di avventurarmi in territorio sconosciuto, non scoprirò mai cosa si cela oltre lo spazio con cui sono familiare, ma non dovrò nemmeno sopportare ulteriori delusioni, e potrò sempre fantasticare in qualcosa di migliore che spieghi, nonostante la sua insondabilità, le sofferenze che già si sopportano al di qua del rischio. Non si tratta di pigrizia, ma di viltà salvifica.

Tutto quanto è nuovo è un bersaglio, deve essere eliminato prima che possa fare danni. Per questo il ministro degli Interni, nella lotta alla droga, si dedica alle sue più recenti, sconosciute manifestazioni in negozi di nuovo ma dubbio conio che vendono cannabis rielaborata in strambi prodotti, piuttosto che al tradizionale spaccio mafioso. Per questo è rassicurante avere un ministro degli Interni che in costume pattuglia le strade, sbarra i porti e tiene sotto controllo la situazione: il cane da guardia deve stare fuori, le sue “assenze” sono in realtà le 17 giornate in una sede prevedibile.

Eppure bisogna ammetterlo: questa frenetica corsa ai ripari, nell’ombra, è solo nostalgia di certezze che non abbiamo mai avuto. Perché per quanto manchi di poesia, non abbiamo mai vissuto in un secolo nel quale il lato da cui stare e la parte per cui combattere si trovasse su trincee opposte. Il campo di battaglia letterale, quello fatto di terra e di sangue, si è spostato su altri continenti; il nostro l’abbiamo mangiato, ingoiato per far posto a istituzioni democratiche ed economia liberale, e per avere comunque una ferita da tormentare, un’infezione con cui trastullarci.

Da quando abbiamo potuto fare affidamento su di un essere superiore che ci punisse per le nostre colpe e a maggior ragione da quando ci hanno dato un dio che ci avrebbe amato a loro dispetto, abbiamo avuto bisogno di credere. Sentirsi i fedeli di qualcosa, i seguaci di qualcuno, fa bene all’anima… purché essa si mondi al confessionale delle Europee.

 

L’immagine in evidenza è Paul Gauguin, Autoritratto con Cristo giallo, 1890-1891- olio su tela, 30 x 46 cm – Musée d’Orsay, Parigi.
L’immagine in mezzo al testo è l’interno della cattedrale di Notre-Dame di Parigi a rogo spento dopo l’incendio di Aprile; fonte LaPresse .

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