Per angusta

E’ nella natura dell’essere umano fare regolare riferimento all’autorità competente. Può essere persino poetico, se si vuole, riservarsi sempre e comunque l’opportunità di guardare verso l’alto, di affidarsi a qualcosa di altro, superiore, migliore. Infine è normale, di questi tempi di cui spetta a noi lamentarci, prevedere sempre la competenza ulteriore, contemplare la situazione emergenziale, in un civilissimo e pervasivo caos, spesso giuridico.

Tuttavia, questa continua tensione verso il livello successivo, l’autorità più potente o il principio supremo rischia di far perdere di vista il quadro d’insieme: la prospettiva dell’individuo viene inquinata e distorta dal sistematico affidamento ad assolutismi e ad affermazioni di principio.

L’esempio più lampante si ha in ambito giuridico. Diversi autori hanno denunciato l’ipertrofia del ruolo del giudice rispetto agli altri poteri cui il cittadino dovrebbe fare riferimento per soddisfare le proprie esigenze. Rivolgersi alla figura del giudice ordinario, o quantomeno di primo accesso, dà al ricorrente l’impressione di poter ottenere una soddisfazione tempestiva, eventualmente anche sul piano emotivo: il procedimento infatti contempla il coinvolgimento di soggetti noti e familiari, come l’avvocato di famiglia o il giudice stesso, e il conforto dell’ambito locale. Sia l’edificio del tribunale più vicino sia la consolazione di poter sempre ricorrere per vie legali ogni qual volta le proprie ragioni non siano riconosciute rappresentano un luogo comune, caro anche all’immaginario letterario, tanto che già sembra di conoscerli un po’, quasi il magistrato fosse più arbitro che giudice.

Ebbene, oggi all’estremo opposto dell’ordinamento giuridico si registra un’attività anomala ma parallela: il cittadino medio invoca sempre più di frequente i principi supremi di civiltà e quelli generali dell’ordinamento, e fa continuo riferimento ai diritti fondamentali. Articoli della Costituzione, diritti umani espressi nelle più varie dichiarazioni e convenzioni (ONU, OAS, CoE, UE), principi di diritto internazionale e non, persino consuetudini dalla formulazione sufficientemente garantista vengono citati indiscriminatamente e allegramente confusi a ogni piè sospinto. La porzione di popolo a seconda del caso interessata si fa forte di un principio, di un diritto che le viene riconosciuto e ne rivendica il rispetto in termini assoluti, obliando l’intera declinazione legislativa e sublegislativa che esso ha subito all’interno dell’ordinamento, la tradizione giurisprudenziale e dottrinale che ne ha accompagnato l’applicazione, e il suo eventuale bilanciamento con altri suoi pari altrettanto meritevoli di tutela. Se un articolo della Costituzione italiana può trovare spazio su una maglietta, su un cartello o in un coro, certo non possono farlo le relative norme del codice civile, penale o di procedura che ne consentono l’effettiva implementazione.

Il cittadino medio si sporge verso i due estremi che gli assicurano maggiore soddisfazione, nell’immediato anche emotiva: il giudice naturale precostituito per legge da un lato, e il diritto assoluto all’estremo opposto. Quanto permette l’effettivo equilibrio dei due poli viene serenamente obliato, in armonia con una laicità pervasiva ed irresponsabile.

C’è da dire che una prima impressione positivista da parte del lettore è più che comprensibile: il testo, per esempio quello costituzionale, che afferma un diritto di rango primario si esprime in termini affermativi, in ultima analisi rassicuranti. La formulazione risulta potente eppure misurata come solo il frutto del miglior compromesso può essere: è scopo manifesto dell’articolo contenere la scintilla della rivoluzione che deve trascinare le masse qualora la sua garanzia non sia rispettata. I diritti fondamentali sono il punto d’appoggio grazie al quale può essere rovesciato un sistema totalitario e prevaricatore, ma proprio in quanto punto d’appoggio essi sono sepolti sotto l’intero sistema costruito e cresciuto sul piano della leva grazie ad essi equilibrato. Appunto in ragione della loro natura fondamentale, questi principi non possono costituire altro che la base dell’intero ordinamento, mere ipotesi di lavoro dal carattere assiomatico presto dimenticate in favore dell’esperimento (dell’esperienza) principale. Non sono invisibili ma rimangono tangibili solo attraverso le loro irrimediabilmente parziali manifestazioni. L’istruzione splende attraverso la scuola pubblica, la libera iniziativa economica e il suo correttivo sociale attraverso l’azienda in cui si lavora e così via, di picciolo affare in bega privata in quotidiana serenità.

Improvvisamente claustrofobici di fronte alla tecnica e alla burocrazia dell’apparato legislativo e amministrativo, nel peggiore dei casi mali necessari, come si è detto i cittadini si rivolgono agli estremi dell’ordinamento: da un lato al giudice, dall’altro agli assiomi che hanno per contenuto la dichiarazione di diritti assoluti e fondamentali della persona. Le conferme della propria titolarità vengono cercate nella fonte più alta possibile, dunque a seconda degli elementi del caso ci si appoggia alla Costituzione, alla Carta dei diritti fondamentali dell’UE, o alla CEDU; quest’ultima rimane poi particolarmente cara all’immaginario comune, complice la teatralità del processo che vede opposto un singolo cittadino all’intero Stato.

Questo atteggiamento risulta estremamente dispendioso di energie, tempo e denaro, come ricorrere sempre al salvavita piuttosto che all’interruttore della luce. Quel che è peggio, è controproducente. Come alla fonte, infatti, si sviluppano paralleli e altrettanto inopportuni attaccamenti alle autorità responsabili della tutela dei diritti e dei valori giustamente cari alla popolazione. Ma dell’idea che ognuno si è fatto di come il tal diritto dovrebbe essere attuato e difeso, ognuno è geloso, non solo quando questo lo tocca personalmente, ma proprio per la componente sempre più sentimentale che le affermazioni di principio assumono nell’immaginario comune. Dunque questi assillanti interessamenti, interessati o meno, hanno come unico effetto quello di intrappolare in una posizione di garanzia gli stessi difensori che si vorrebbe agissero al massimo del loro potere, con il raggio di azione più ampio possibile. Così, per esempio, la necessità di essere anche confortante, tolemaico punto di riferimento ha gravato sull’elasticità costituzionale del capo dello Stato Mattarella nella risoluzione dell’ultima crisi di Governo.

Ciascuno inciampa su una norma che fa al caso proprio, e forte della propria appartenenza ad un organismo sovrano la isola e ne pretende l’implementazione ad oltranza fino alla propria soddisfazione. Ma questo particolare tipo di serpeggiante opportunismo non è semplicemente profano, è ipocrita e irragionevole. La pressione esercitata da queste aspettative realizza a favore dell’operatore competente (il magistrato, il legislatore, l’avvocato) un nuovo tipo di legittimazione estemporanea, dotata di un momento particolarissimo che l’autorità deve continuamente sfruttare e appagare. Infatti, non appena l’attività istituzionale smette di rispondere a queste esigenze ulteriori e particolari dei consociati, essa perde questo potere ibrido, postmoderno, che a onde senza ritmo né forma trascina a compimento i provvedimenti. In definitiva, la visibilità – oserei dire la popolarità – che la questione riesce a raggiungere impiegando termini assoluti prevale sempre più spesso sul principio di interpretazione sistematica che regola il nostro ordinamento. Il carattere di frammentarietà che storicamente è sempre appartenuto alla formazione del diritto penale viene forzato sull’intero sistema. Si impongono al diritto aree di applicazione ad espansione alternata e diversa a seconda del caso concreto: la pretesa degna di affezione deve comunque essere soddisfatta, altrimenti il sistema è ingiusto.

Questo atteggiamento di continua rimessione all’assoluto o al principio ultimo è irresponsabile e controproducente, poiché rallenta fino a paralizzarla l’attività dell’ordinamento di cui si vorrebbe assicurare l’efficacia, come il capriccio del bambino che si aggrappa alla gamba del genitore. Non si deve dimenticare che affermazioni di principio hanno portato la fascia di età compresa tra 60 e 65 anni a determinare la Brexit, e affermazioni di principio, seppur diverse, hanno portato la fascia inurbata di età inferiore a non votare al referendum, per impedirla.

Ogni volta si invoca il massimo della protezione che l’ordinamento può fornire al proprio diritto, cristallizzato in un enunciato di principio necessariamente a maglie larghe, larghissime, e che pure immancabilmente si invera nell’hic et nunc del mio problema, attraverso una declinazione imbastardita e personalissima, arbitraria in quanto colposamente ingenua. Ci si rende colpevoli di una certa indulgenza nella credulità: se si vuole essere realisti, non si può credere che il proprio problema, la propria rivendicazione rivesta oggettivamente un ruolo tanto determinante per l’ordinamento e l’assetto dei diritti fondamentali da esso garantiti, ma ce ne si può convincere. Quando si tratta del proprio interesse, ricondotto all’interno della sfera di tutela accordata a un diritto fondamentale, si resiste per inerzia, come le bestie, a guardarsi intorno fino a collocare la propria istanza in un orizzonte circostanziato. Non si vuole essere costretti a relativizzare una pretesa così razionale dal nostro punto di vista fino ad attribuirle il giusto peso: anche considerando solo l’ambito nazionale, la sua importanza sarà necessariamente infima, e in pochi potranno sopportare un ridimensionamento come risposta.

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Non a caso Giovanni Bombelli, nel suo ultimo saggio¹, parla di “senso comune” come unità residuale di valore per la concezione del diritto. L’ordinamento non è più categoria utile alla formazione e al rinnovamento della comunità, che non può più prescindere dall’attribuire anche al diritto un carattere immanente e sentimentale. Tutto, compresi i fatti giuridicamente rilevanti, acquista senso e rilevanza per un brevissimo lasso di tempo, e solo nella misura in cui riesce a determinare un coinvolgimento anche emotivo. L’importanza di un determinato caso, e l’attenzione che si pretende che le istituzioni gli prestino di conseguenza, è direttamente proporzionale all’interesse che riesce a suscitare nell’animo iperstimolato fino all’intorpidimento del cittadino di una democrazia occidentale nel XI secolo. E siccome questo interesse è polare, nel senso che c’è o non c’è, è acceso o spento come se fosse scritto in codice binario, senza sfumature né gradualità, e siccome le fasi di interesse si succedono a quelle di indifferenza a un ritmo vertiginoso, quasi senza soluzione di continuità tra il bianco e il nero, allora ha senso che nelle fasi positive la tutela accordata dall’ordinamento venga esercitata sempre al massimo grado, ossia quello assoluto, di derivazione costituzionale o internazionale, purché superlativo e onnicomprensivo.

E invece questo meccanismo si inceppa fin dalle prime battute. Non può funzionare sul piano strettamente logico, che pure rimane astratto. Significativamente, i più hanno salutato l’espresso riconoscimento della dignità umana in termini universali come la cifra di massima civiltà del secolo scorso, quasi come se le norme che la sanciscono costituissero una moderna, definitiva razionalizzazione del giusnaturalismo. La dignità umana oggi è giuridicamente riconosciuta dall’art 1 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, dal preambolo della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e, in ambito nazionale, dall’art 3 primo comma della Costituzione italiana. Eppure, formulata così com’è in norme fondamentali e autoreferenziali essa guadagna la qualità di valore imprescindibile, ma è sostanzialmente intutelabile, in quanto intangibile. Nessuno può arrivare alla cima del piedistallo, dunque nessuno è in grado di scrivere disposizioni adeguate alla sua difesa: non resta allora che derivare le immediate conseguenze logiche dell’assioma e operare su quelle. Questa è l’operazione che descrive Aharon Barak², secondo cui la tutela della dignità umana si sviluppa necessariamente attraverso l’elaborazione dei “daughter rights”, diritti da essa direttamente stemmanti ma più immediatamente percepibili e salvaguardabili. Questi diritti sono altrettanto assoluti e astratti, ma mentre ci si trova ancora nel cerchio delle stelle che dovrebbero essere fisse non si possono evitare insanabili contraddizioni: già tra i “diritti discendenti” come il diritto alla reputazione e il diritto alla libertà di espressione di costituzionale collettiva europea memoria si instaura un conflitto, a dispetto della comune matrice. Tutelare l’uno e l’altro comporta un delicatissimo bilanciamento, la ricerca di un punto di equilibrio, e un compromesso sempre discutibile. Se anche agli antipodi il sistema non può operare in termini assoluti, a maggior ragione non si può avere una simile pretesa all’irrompere sulla scena di un qualsiasi caso concreto, tragicamente immanente.

Poco importa che le stesse norme di principio contengano i propri limiti, che si autoregolino per garantire la sopravvivenza l’una dell’altra, come si legge all’art 15 della CEDU per le deroghe in caso di stato d’urgenza, o, per restare in ambito domestico, all’art 81 della Costituzione, che dal 2012 contempla le limitazioni necessarie all’equilibrio strutturale di bilancio per fare spazio a un’economia di dimensioni europee. E’ come se l’argomento della coscienza storica che tre secoli fa Savigny aveva opposto alla formazione del codice civile salisse dalle strade, a dimostrare l’insufficienza di un sistema superbo di un’organicità inverosimile.

Alla complessità della società postmoderna corrisponde un’analoga pluralità normativa. Tuttavia il diritto, ormai in rincorsa delle manifestazioni istantanee e madreporiche del fenomeno sociale, può a malapena reggerne il ritmo e assicurarne la copertura giuridica solo attraverso la serrata moltiplicazione delle disposizioni più dinamiche: normalmente, leggi regionali e atti amministrativi, spesso di respiro locale, eventualmente decreti legge o legislativi ad alta integrazione tecnica. Anche quando si accede alla fonte legislativa ordinaria vengono predisposti testi densamente popolati, la tecnica legislativa predilige la quantità al peso della singola disposizione, e questo – piuttosto che essere riconosciuto come un riflesso della nuova struttura dei rapporti tra consociati – scontenta chi sente mancare un terreno altrettanto solido che in passato sotto i propri piedi, fomenta la nostalgia di un “ritorno alla legge”, ad un code civil necessario ma sufficiente. L’articolazione delle fonti non è più indice della civiltà di un ordinamento, appunto, di civil law, ma verbosa inconvenienza, pila di glosse disordinate e incomprensibili, inaccessibili all’individuo che si sente tradito nella fiducia che ha accordato allo Stato per l’esercizio del potere, e che può percepire solamente una degradazione nella forma di tutela che viene accordata alle sue esigenze.

Allora la frustrazione che cresce di fronte a ogni richiesta invariabilmente delusa a causa dei termini in cui è posta spinge i cittadini a cercare soddisfazione e conforto altrove, in una nuova fonte di valore. E come da sempre ciclicamente accade, a fronte dello sfinimento isterico di una generazione l’ago si appoggia alla nuova: il magmatico tumulto che accompagna la sperimentale ricerca della propria identità è dinamico per definizione. Le nuove generazioni vengono strumentalizzate fino a trovargli uno scopo e un senso prematuri, per la pace delle precedenti. Sui giovani, sul sollievo del non finito e la consolazione dell’avere tempo viene imposta la responsabilità del processo creativo valoriale, con un’omertà collettiva più codarda che maliziosa.

Infine, a ciascuno sembra che gli altri siano sempre meno loquaci e disponibili, fino ad arrivare a una situazione di cui il Voltaire di Candido sarebbe fiero: ci troviamo su un’isola, e gli abitanti possono dire solo il vero, o solo il falso, e se A è un furfante, io sicuramente sono un cavaliere…

 

 

1 – G. BOMBELLI, Diritto, comportamenti e forme di “credenza”, Giappichelli editore, 2018.
2 –  A. BARAK, Human dignity, the Constitutional Value and the Constitutional Right,
Cambridge University Press, 2015.

L’immagine in evidenza è Maurits Cornelis Escher, Giorno e notte, 1938 – xilografia a due colori 39,3 x 67,8 cm.
L’immagine al centro è Edvard Munch, Sera sul viale Karl Johan, 1892 – olio su tela, 85,5×121 cm – Museo d’Arte di Bergen.

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