Uno, nessuno, 100K

Partecipare alla globalizzazione presuppone che il Paese abbia qualcosa da offrire al cui privilegio sia disposto a rinunciare. Per l’Europa, prendere parte alla globalizzazione ha significato condividere quanto di cui era più liberale. Seguendo un miraggio positivista e solidaristico, ha messo in comune le sue migliori qualità; ha accordato fiducia a tutti i contraenti che le garantissero l’esorcismo dello spettro rosso e di quello bellico che tanto l’avevano turbata nel secolo precedente. Il vecchio continente ha messo in comune standard alimentari, sanitari, giuridici elevatissimi, sia in preda ad un’utopia economica sia con la vanità di una primadonna lusingata nella propria superiorità dall’elemosina. E’ bastato scambiare il toro olimpico con quello di Wall Street, l’ebbrezza del rapimento è rimasta la stessa.

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The melting pot calling the kettle

In quella che si potrebbe chiamare, con la comodità della convenzione, la società dell’informazione, diventa necessariamente sempre più ricorrente l’occasione dell’incontro con lo straniero. Il contatto avviene a più livelli e nelle più svariate occasioni, dai rapporti internazionali (ufficiali, commerciali etc.) a momenti di quotidiana e irrilevante consuetudine. Sorge dunque spontanea una semplice osservazione, senza ambizioni sistematiche.

Lo straniero, oggi, pare riuscire meno gradito in quanto sempre più privo dell’elemento esotico. Connotazione, questa, che si riconferma molto cara ad ognuno, per quanto in un certo qual modo acerbo, primordiale, inconscio. Infine, irrazionale.

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